Aida al Teatro La Fenice di Venezia

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Aida al Teatro La Fenice di Venezia

La semplice efficacia di un’idea, in teatro vince sempre; anche quando ci si trova a confronto con una partitura che ha fatto del trionfalismo e dell’effetto papier-mâché la sua storia scenografica, Arena di Verona docet. In questo caso il Teatro La Fenice di Venezia ha avuto la giusta intuizione di riprendere l’allestimento creato per quello stesso spazio dal regista Mauro Bolognini (qui assai ben ripreso da Bepi Morassi) che si avvaleva degli elementi scenografici di Mario Ceroli. Era il lontano 1978 ma la piéce ancora ora mantiene un’efficacia ed una semplice e sobria eleganza alla quale, forse, non siamo più abituati. Il lavoro s’imposta su di una visione che taglia orizzontalmente il palcoscenico, ottenendo due spazi scenici sovrapposti nei quali l’azione si dipana parallelamente. Le linee semplici trovano nelle opere di Ceroli una possente vena evocativa (le quinte a forma di braccia che sembrano emergere dallo spazio) e vengono potenziate da un lavoro registico raffinato e puntuale che i bei costumi di Aldo Buti (fortunatamente recuperati dalla preziosa Fondazione Cerratelli) amplificano magistralmente . Tutto scorre velocemente e lascia spazio alla narrazione che, non soffocata da inutili ed ingombranti simboli, emerge possente, rivelando la natura più vera della partitura che nell’intima tragedia dei singoli trova la sua più autentica potenza. In questo contesto anche la scelta musicale è sembrata vincente e coerente con la visione drammatica. Il soprano Roberta Mantegna, impegnata nel ruolo del titolo, metteva in evidenza una timbrica dal colore antico e ricca di armonici, molto adatto nel delineare il dramma di un personaggio perennemente in contrasto con se stesso e con le sue origini. La vocalità si mostra piena e ben proiettata ma quando sale in acuto rischia di aprirsi, perdendo omogeneità e tradendo una certa fissità nell’emissione. La sua Aida risulta comunque assai ben cesellata e la sua attenzione a parola e fraseggio sempre presente.

Aida al Teatro La Fenice di Venezia
Aida al Teatro La Fenice di Venezia

Proprio su questi due elementi si poggia saldamente il Radames inciso a bulino dal tenore Francesco Meli. A definire la sua interpretazione basterebbe solo ricordare il suo attacco in piano nel recitativo d’ingresso (Se quel guerrier io fossi, se il mio sogno si avverasse) atto a definirne e sottolinearne la chiave introspettiva. Risulta dunque istantaneamente chiaro che questo personaggio verrà declinato sotto un profilo amoroso piuttosto che guerriero (di cui mantiene la fierezza nell’accento) e ben fa l’artista a mantenersi fedele alla bellezza del suo timbro, declinandolo perfettamente ad un uso teatrale raffinato e completo. Così il suo personaggio acquista in rotondità e spessore rendendosi credibile anche nei momenti più sclerotizzati da una certa tradizione (Io son disonorato). Sulla stessa linea interpretativa si muovono l’autorevole Amonasro di Roberto Frontali ed il solido Ramfis di Riccardo Zanellato, nei quali teatralità ed accento si scambiano mirabilmente, cercando e trovando la giusta drammaticità. Professionale e composta il mezzosoprano Irene Roberts quale Amneris anche se il personaggio meriterebbe un maggior cesello sotto il profilo espressivo e non puó risolversi solamente nella grande scena del IV Atto. Completavano il cast: Mattia Denti (il re), Rosanna Lo Greco (Gran sacerdotessa) e Antonello Ceron (Messaggero). Il M. Riccardo Frizza trovava giusti colori e sfumature per questa Aida veneziana, ottenendo nel complesso giusta compattezza ed amalgama dall’orchestra della Fenice. Bene anche il coro del teatro diretto dal M. Claudio Marino Moretti. 

Sala gremitissima ed applausi per tutti gli interpreti ed il direttore per questo allestimento che mostra come le buone intuizioni teatrali mantengano nel tempo ugual equilibrio e teatrale efficacia.

Silvia Campana