Al teatro La Fenice di Venezia va in scena L’Amico Fritz di Pietro Mascagni

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Al teatro La Fenice di Venezia va in scena L’Amico Fritz di Pietro Mascagni
Al teatro La Fenice di Venezia va in scena L’Amico Fritz di Pietro Mascagni

L’amico Fritz è una partitura di Pietro Mascagni che ha avuto esiti alterni di gradimento da parte di pubblico e critica. Pur riscuotendo un ottimo successo alla sua prima apparizione al teatro Costanzi di Roma nell’ottobre del 1891 sostenuta in seguito , grazie soprattutto alla celebrità di alcuni celeberrimi pilastri del registro tenorile ( partendo dal primo interprete Fernando De Lucia e passando da Beniamino Gigli, Tito Schipa attraverso Ferruccio Tagliavini per arrivare alla solare spontaneità della vocalità di Luciano Pavarotti) in epoca recente paga la scontata prolissità di un libretto marcatamente borghese e prono alla consuetudine, anche dell’arte accademica, del periodo storico che l’ha generata che la priva di ogni interesse teatrale, marcandola come un insipido quanto noioso quadretto di genere. Bisogna però ricordare che, oltre la patina convenzionale, anche alcuni quadri di Mancini, piuttosto che di Irolli o Corcos, veicolando forti ed universali emozioni, si staccano dalla convenzione proprio per quel garbato e coerente modo di raccontare un ‘genere’ e forse lo stesso può dirsi dell’opera mascagnana che, grazie alla musica, riesce a descrivere ( certo non creando invenzioni teatrali musicalmente rivoluzionarie ) un momento ed un epoca con tratto efficace. Giusto dunque, certo se si vuole farlo, ascoltarla così come si osservano alcuni tipici manufatti artistici dell’epoca, perfetto quadro di una certa società e di un certo modo di vivere .

Detto questo veniamo a questa nuovo allestimento della partitura da parte del Teatro La Fenice di Venezia che, per certi aspetti, non contribuisce ad esprimerne correttamente la natura.

Alla regia la celebre Simona Marchini parte certamente da un giusto concetto volendo esprimere l’infantile personalità di Fritz ( per certi aspetti molto moderna) incorniciandola all’interno di una struttura che sembra racchiudere il carattere del personaggio in una gabbia emotiva che gli impedisce di vivere, imbrigliandolo lentamente (così come Suzel ) in una rete di convenzioni stereotipate quanto aride. Certo proseguire su questo terreno sarebbe stato ardito e avrebbe potuto forse offrire una chiave interpretativa della partitura teatralmente interessante ma la linea scelta dalla regista è sembrata invece, una volta enunciato l’intento, quella di proseguire tratteggiando un mondo fiabesco ( certo distorto e reso volutamente eccessivo dalla foggia didascalica dei costumi alsaziani creati da Carlos Tieppo) che nulla aggiungeva e nulla toglieva alla partitura. Troppo poco per uno spartito che, soprattutto teatralmente, necessita di letture coerenti e convinte per rendersi teatralmente convincente e credibile .

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Perfettamente centrato sul suo personaggio, assai ben caratterizzato, il Fritz tratteggiato dal giovane Alessandro Scotto di Luzio convinceva appieno. Al di là di una vocalità sempre interessante e studiata ciò che risultava in particolare interessante nella prestazione dell’artista era infatti proprio la totale aderenza al suo ruolo. Il giovane tenore crede al suo personaggio e vuole trasmettercelo e , per far questo, non lesina attenta cura al fraseggio, mezze voci e giusto gioco espressivo, arrivando ad una definizione del personaggio assai convincente sotto entrambi i profili, quello prettamente musicale e quello teatrale.

Impresa che non riesce invece alla Suzel di Carmela Remigio, alla quale non nuoce tanto l’aspetto vocale quanto la sommarietà con cui il personaggio viene affrontato. Capisco che ad oggi rendere credibile un personaggio femminile come quello tratteggiato da Mascagni sia impresa ardua , ma un artista deve sapersi calare in ogni ruolo e decisamente quello della timida figlia del fattore non si addice al carattere teatrale del talentuoso soprano. Ottimo il baritono Elia Fabbian nel ruolo del rabbino che, così come Scotto di Luzio, non perdeva mai di vista il suo ruolo tratteggiandolo con grande cura.

Completavano il cast: Teresa Jervolino ( Beppe), William Corró ( Hanezó), Anna Bordignon ( Caterina) e Alessio Zanetti ( Federico ).

La direzione del M° Fabrizio Maria Carminati , alla guida dell’Orchestra del Teatro La Fenice, risolveva la partitura attraverso una lettura molto superficiale, atta ad evidenziarne gli aspetti più epidermici a scapito delle non poche raffinatezze dalle quale è a tratti pervasa.

Teatro quasi pieno e buon successo per questa nuova produzione veneziana che avrebbe meritato, forse, di una maggior cura espressiva.

Silvia Campana