Candide, ossia la fabbrica dell’ottimismo a Firenze

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Candide, ossia la fabbrica dell’ottimismo a Firenze

“Il messaggio di libertà di Candide, la fabrica dell´ottimismo oggi diventa estremamente urgente. Viviamo in un momento difficile in cui la società contemporanea non è affatto costruita a tutela dell’uomo. Insomma, non viviamo nel migliore dei mondi possibili”.

Questo è alla base dell’allestimento del regista Francesco Micheli del Candide di Leonard Bernstein terzo titolo del 78° Maggio musicale fiorentino. Bernstein (1908 – 1990), rimane uno dei maggiori compositori moderni di oltre oceano. Compose a metà degli anni cinquanta del secolo scorso questa opera o operetta comica traendola dalla omonima novella di Voltaire. Il grande musicista di “West Side Story”, imbattutosi nel “libro dell’ottimismo” del filosofo illuminista Voltaire, non potè non trovare come, alle disavventure del giovane Candide attraverso luoghi, contesti e Poteri diversi si sarebbe potuta aggiungere, una nuova Inquisizione, quella che imperversava e terrorizzata gli Stati Uniti in quel finire degli anni ’50: il McCartismo. Alla base della novella volteriana ci sta una critica molto forte e gravemente ironica alla teoria di Leibnitz, che teorizzava un ottimismo buonista secondo cui, quali che fossero gli eventi e per quanto tragici risultassero, il mondo procedeva per evoluzioni spontanee di stadi in ciascuno dei quali esso rappresentava “il migliore dei mondi possibili”, come si esprime il precettore Pangloss in tutta l’opera. 

Micheli, noto per il suo metodo decontestualizzante e per la sua rapida ascesa, sembra a suo agio in questa opera quasi contemporanea, sicuramente molto più che non in titoli del repertorio tradizionale, in cui ha dato una lettura molto originale e per nulla scontata. La versione proposta da Micheli, nel pieno di uno stile che riporta a Brodway, è quella del musical: assenza di grandi voci liriche, abbondanza di una folla di coristi, ballerini, attori e figuranti. Micheli rilegge il Candide l’intreccio all’interno di una fabbrica (chiamata appunto Westfalia), simbolo della leibniziana fiducia nella scienza e nella tecnica. In questo stabilimento vengono immagazzinati prodotti provenienti da tutto il mondo: prodotti che possono soddisfare qualsiasi richiesta, dall’amore, al sesso, all’amicizia. Gli articoli che sono inutilizzati e fuori produzione vengono rottamati, come i resti di Cunegonde gettati tra i rifiuti davanti ad un attonito e disperato Candide. La voce narrante, il personaggio di Voltaire, si trasforma in una inserviente delle pulizie, su pattini a rotelle e con annesso carrello dei prodotti, che imperversa per tutta la serata tentando di fare il trait d’union tra le varie scene, spesso sostituendo gli attori nei dialoghi parlati. Questo personaggio è interpretato dalla grande attrice Lella Costa, di cui tutti ammiriamo la sagace e onnipresente ironia; malamente amplificata, in un perfetto inglese sembrava tuttavia fuori dal suo contesto, imprigionata in un personaggio che non le confà. Molte le trovate sceniche divertenti realizzate da Micheli, alcune decisamente riuscite, come la gabbia in cui Cunegonde, schiava sessuale a Parigi, inizia a cantare «Glitter and be gay» e che nel corso della canzone diventa un enorme gonna. Altre trovate scadono nel trash come Cacambo che diventa una scontata drag queen brasiliana; altre non rendono bene il carattere dei personaggi volteriani, come Cunegonde e Paquette che sono presentate come burattine, ma in realtà sono due ragazze che la sanno fin troppo lunga! Tutta le regia, con il suo scorrere continuo di casse e scatoloni, dà l’idea di un correre frenetico e confuso con significati non sempre comprensibili per il pubblico.

La parte musicale, affidata al maestro John Axelrod, ci immerge in clima di esuberante sonorità, che talvolta copre le deboli voci dei cantanti. Non sempre l’Orchestra del Maggio sembra rispondere in pieno alla direzione, soprattutto nei fiati, fin dalla opulenta ouverture che appare in più punti come scoordinata.

Come si è detto le voci dei protagonisti sono maggiormente impostate per il musical che per un’opera lirica. Il protagonista, sempre vestito di bianco candido, come vuole il nome, era Keith Jameson, pienamente nella parte. La sua voce segue il destino delle altre, non particolarmente rilevante dal punto di vista timbrico, però riesce con esattezza e candore a dare una sua dignità al personaggio. Laura Claycomb è una perfetta Cunegonde, adatta al personaggio, cantando da consumata soubrette “Glitter and be gay” in una situazione registica che certamente non l’aiutava; buona la resa vocale. Un’ottima resa attoriale e una buona qualità canora la riscontriamo negli altri protagonisti della storia: Richard Suart, un querulo dottor Pangloss, Gary Griffiths, uno sbruffone Maximilian, Jessica Renfro una provocante Paquette. Non possiamo inoltre fare un plauso a Anja Silja, una perfetta Old Lady, forse la cui voce risente di una lunghissima carriera, ma che sprigiona la perfezione scenica di una così lunga e brillante vita teatrale. Bene il Coro del Maggio Musicale Fiorentino diretto dal maestro Lorenzo Fratini.

Teatro non particolarmente pieno, ma con buon successo di pubblico

Mirko Bertolini