Crítica de Don Giovanni de Mozart. Florencia

157

Firenze, Teatro Comunale

10 febbraio 2013

Dramma giocoso in due atti K. 527 di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

 

 

Nono Don Giovanni nella storia del Teatro del Maggio e secondo titolo della stagione lirica, il capolavoro mozartiano ha entusiasmato il pubblico fiorentino, nella meravigliosa musica del compositore austriaco, con una nuova produzione.

Il regista Lorenzo Mariani nel 1997 allestì un famoso Don Giovanni per il Teatro di Ferrara che segnò il debutto di Claudio Abbado nel capolavoro mozartiano. Dopo quasi sedici anni l’allestimento, pur rinnovato e modificato conserva tutte le caratteristiche che lo fecero apprezzare, anche se a tutti gli effetti si tratta di una produzione completamente nuova pensata proprio per Firenze.

La regia di Mariani è raffinata  e di grande efficacia nel disegnare i contorni psicologici dei personaggi e si è avvalsa delle scenografie di Maurizio Balò, lineari ed elegantemente semplici.

Mariani è entrato pienamente nel solco della tradizione e ha dimostrato particolare attenzione al libretto consentendo di apprezzare gli spunti divertenti e i momenti più drammatici senza mai scivolare nel banale.

Intrigante la soluzione dello scenografo che ha circondato la buca orchestrale con una passerella praticabile (utilizzata dal regista per muovere gli interpreti, i quali interagiscono simpaticamente col direttore), un delicato equilibrio tra le atmosfere più brillanti e divertenti e quelle altamente drammatiche. Questa idea si unisce all’espediente di far entrare e uscire i cantanti dalle porte laterali della platea facendogli percorrere un breve tratto in mezzo al pubblico. È indubbiamente un’idea già vista, ma è efficace in questo contesto così da  proiettare la scena sul pubblico confondendo il confine tra fantasia e realtà: Don Giovanni è vivo da sempre in mezzo a noi! Questa disposizione poi costringe gli orchestrali e il direttore a raggiungere la buca passando dal palcoscenico, un’ idea registica per sottolineare che anch’essi fanno parte di questa scena senza interruzione di continuità tra palcoscenico e pubblico. Questa intenzione è rafforzata alla fine del primo atto dalla scelta di far suonare sul palco alcuni orchestrali personificando i musici invitati a suonare al banchetto; poi nel secondo atto nell’aria Deh, vieni alla finestra, Don Giovanni interagisce con la suonatrice di mandolino che l’accompagna e con lo stesso direttore d’orchestra: Zubin Mehta partecipa divertito all’esibizione, indossando il cappello che gli porge il cantante e sostenendo lo spartito del mandolino. Questa partecipazione troppo attiva dell’orchestra con il palcoscenico ha come frutto che il lato drammatico di Don Giovanni ne fa un po’ le spese. Infatti l’atmosfera è quasi sempre quella leggera da opera buffa rossiniana. Nel finale le luci tingono la scena di rosso, le ombre si allungano e ingigantiscono sinistramente i profili degli orchestrali sul fondale: Don Giovanni esce da fondo platea invitato dai quattro valletti che prima scortavano la statua del Commendatore immobile sul piedistallo. Ovviamente, completato il sestetto, gli altri escono dalle porte: sei, perchè la settima, quella centrale, è occupata dal marmoreo Commendatore: le sette aperture frontali che accolgono lo spettatore al suo ingresso in sala. Queste aperture poste a semicerchio si aprono e si chiudono come per incanto, in un palcoscenico spoglio di elementi che possano anticipare qualcosa di quello che si andrà ad assistere. Solo gli azulejos, con l’azzurra perfezione geometrica, indicano il luogo dell’azione: una Spagna idealizzata in cui anche i contorni temporali sono vaghi. Unici arredi quattro sedie e un paio di candelieri; per la cena due tavoli entrano e poi escono. A chiudere parzialmente il boccascena un tendaggio nero rigido con grandi nappe che in parte impedisce la veduta sulle sette porte che si aprono quando entrano i cantanti, accompagnati da fasci di luce creati da Linus Fellbom. Le grandi nappe del tendaggio ricordano dame immobili ma semoventi che, essendo sempre presenti sulla scena, rappresentano l’ossessione di Don Giovanni e la causa della sua rovina.

Il tempo dell’azione è un contemporaneo senza tempo, rispetto all’epoca tradizionale del dramma, lo si capisce dai costumi di Silvia Aymonino: abiti del Novecento, lasciando a paggi e valletti divise settecentesche. La costumista ha compiuto una lunga ricerca sugli abiti, documentata nel programma di sala in moto eccellente: ne esce un Novecento spagnolo e raffinato, impreziosito da dettagli ed esaltato da un’eleganza raffinata e da tanti piccoli particolari: da una pistola ben definita che appare nelle mani di Don Giovanni (rispetto ai bastoni – fucili nelle mani dei figuranti) e dall’invenzione comica di Leporello che, aprendo di scatto il cappotto, mostra alla scandalizzata Donna Elvira le foto attaccate alla fodera delle innumerevoli conquiste del suo amato nell’aria Madamina, il catalogo è questo.

Il Comunale ha puntato da una parte sulla carta sicura della direzione di Mehta, le cui scelte nei tempi e nei volumi sonori hanno disegnato un’orchestra duttile, sempre volta a sostenere, mai a coprire o forzare i cantanti; ma ha anche rischiato con alcuni debutti (Don Giovanni e Masetto), rivelatisi poi riusciti. Anche se dobbiamo esprimere qualche riserva sull’esecuzione di Zubin Mehta che sceglie tempi troppo lenti e il risultato è apparso più fiacco e meno coinvolgente.

Bravi i cantanti, giovani ma veramente preparati.

Alessandro Luongo nel ruolo del titolo è un Don Giovanni altamente credibile e sensuale, infingardo quanto basta e drammaticamente sprezzante; ottima presenza scenica e fisico adatto al personaggio;  voce schiettamente baritonale, non grande ma usata con sapienza. Il debutto nel ruolo si avverte in un personaggio ancora privo di una sua riconoscibile personalità, ma l’interpretazione è già capace di esprimere la forza del personaggio.

Roberto De Candia veste i panni di un Leporello un po’ convenzionale e poco istrionico. Vocalmente preciso, sicuro e corretto, dal bel legato e dalla nitida dizione.

Paolo Fanale è un Don Ottavio dai toni misurati ma altamente drammatici, pienamente nel solco della tradizione, ha timbri chiari e dal colore dolce. Bravo in Dalla sua pace, uno dei momenti più alti dello spettacolo, nonostante l’eccessiva larghezza della direzione lo abbia  costretto a fiati lunghissimi  e in grado di produrre estrema dolcezza e palpabile affetto amoroso ne Il mio tesoro intanto. Premiato da prolungati applausi.

Yolanda Auyanet, in Donna Anna, aveva avuto, nelle precedenti recite un’indisposizione, ma nonostante questo ha ricoperto il suo ruolo con perizia e con garbo. La sua Donna Anna è superba e strappa l’applauso più volte a scena aperta per la luminosità della voce, la limpidezza degli acuti, l’intensità dell’interpretazione.

Caitlin Hulcup è una Donna Elvira che tende troppo all’isterico. Presenta un canto non sempre uniforme, anche se complessivamente più che sufficiente e una voce a tratti troppo spigolosa.

Stephen Milling è un Commendatore di presenza veramente inquietante. Grande potenza vocale, brutta pronuncia, canto più che discreto.

Nicolò Ayroldi è un Masetto agile e scanzonato, pienamente nel ruolo. Voce sicura e ottima interpretazione canora.

Marina Comparato ha dato consapevolezza a una Zerlina non acerba, brillante in scena, bella voce, timbro caldo.

Teatro esaurito, grande successo con molti applausi a scena aperta e un trionfo nel finale per uno spettacolo piacevole ed elegante che avvicina il pubblico all’opera.

Don Giovanni ALESSANDRO LUONGO
Il Commendatore STEPHEN MILLING
Donna Anna YOLANDA AUYANET
Don Ottavio PAOLO FANALE
Donna Elvira CAITLIN HULCUP
Leporello ROBERTO DE CANDIA
Masetto NICOLÒ AYROLDI
Zerlina MARINA COMPARATO
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Direttore Zubin Mehta
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Maestro al cembalo Andrea Severi
Regia Lorenzo Mariani
Scene Maurizio Balò
Costumi Silvia Aymonino
Coreografia Ilaria Landi
Luci Linus Fellbom

 

Mirko Bertolini

 

 

 

 

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