Crítica de Il Barbiere di Siviglia di Rossini

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Teatro Valli
Venerdì 18 gennaio 2013

Dopo la parentesi del Ring wagneriano, il Teatro Valli mette in scena uno dei titoli più amati dal pubblico italiano: Il Barbiere di Siviglia di Rossini. Ormai il Teatro reggiano è guidato da qualche mese dal maestro Gabriele Vacis, da cui ci si attende una svolta che possa far tornare la luce su questa gloria dei teatri italiani dopo quasi dieci anni di luci e molte ombre della direzione di Daniele Abbado.

Melodramma buffo in due atti su libretto di Cesare Sterbini dalla commedia omonima di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, fu composto da Rossini in appena tre settimane, attingendo spudoratamente da altre sue precedenti opere serie (un esempio su tutti, l’ouverture proveniente dall’Aureliano in Palmira): il segreto del successo riscosso dall’opera risiede però nella figura di Figaro, che gode di materiale musicale totalmente nuovo e si fa propulsore dell’energia che muove dall’invenzione tematica e ritmica e dà corpo e vita a tutti gli altri personaggi.

 

Il Barbiere di Siviglia è un classico tra i classici tanto da essere la prima opera italiana rimasta sempre in repertorio e ancora oggi tra le più rappresentate in tutto il mondo il che rende impossibile sottrarsi ad una sua rilettura.

Barbiere approda a Reggio nell’ allestimento che il regista veneto Damiano Michieletto firmò per il Maggio Musicale Fiorentino nel 2005, allestimento ripreso da Eleonora Gravagnola.

La semplice regia di Damiano Michieletto, un regista tra i più innovativi e che nel 2008  ha ottenuto il Premio Abbiati per la regia de La gazza ladra allestita al Rossini Opera Festival e giunta a Reggio nel 2009, grazie alle curiose scene minimaliste e ai buffi e coloratissimi costumi di Carla Teti non entusiasma pienamente il pubblico reggiano.

L’allestimento si compone di una regia con elementi scenografici limitati a sedie, ombrelli, palloni e una scala, troppo pochi  elementi che risultano coinvolgenti solo grazie alla bravura scenica di tutti gli interpreti e alla esagerata originalità dei costumi.

Cardine dell’intera idea registica è la sinfonia, leit-motiv di un viaggio in treno evocato dai personaggi che si muovono sulle sedie a ritmo di rotaia durante la musica chiacchierando, leggendo e anche provando gli effetti delle nausee da viaggio. Sul primo fortissimo i bagagli cominciano a cadere in terra, sul secondo il contenuto vola per aria, finché anche i passeggeri vengono trascinati via dal vento aggrappati a ombrelli colorati, e si ritrovano catapultati nella dimensione fantastica e parallela della storia di Figaro, Rosina, Almaviva, Don Bartolo e Don Basilio, truccati come animali dai tratti antropomorfi legati ai loro caratteri salienti (Figaro una volpe, Bartolo (dovrebbe essere) un bulldog, Don Basilio un serpente). L’azione inizia con la simulazione di un treno che arriva da Siviglia e di tutto ciò che accade in una stazione, rumori e annuncio compresi, i movimenti e la deambulazione dei passeggeri seguono il ritmo della musica: l’effetto è quanto meno caotico e fa perdere al pubblico la dovuta concentrazione sulla meravigliosa overture. Tutti i brani strumentali, purtroppo, come l’introduzione alle arie, sono animati e tutto il ritmo della musica rossiniana viene mimato.

Ottime le luci di Alessandro Carletti, che valorizzano questo gioco fantasioso di colori e d’azione. La gestualità è forte e a volte troppo caricaturale. I personaggi, truccati (in teoria) come animali che rispecchiano i loro caratteri: Figaro, bardato da pagliaccio con parrucca cornuta, dovrebbe sembrare una volpe, Basilio è un orripilante ramarro con lunga coda e tuba in testa, tutto verde anche in viso (l’unica caratterizzazione riuscita, nonostante il costume che impacciava enormemente il cantante). Bartolo che nelle intenzioni registiche doveva essere un temibile cane da guardia sembrava molto più l’uomo cannone di un circo.  I gendarmi hanno in viso la maschera di Paperino e in mano colorate pistole ad acqua, i loro movimenti scenici sono accompagnati da tanti enormi palloni bianchi.

Alla fine, con tanto di annuncio da stazione, sulla musica del finalino secondo i personaggi si riaccomoderanno sulle sedie, pronti a riprendere il loro viaggio nella dimensione di vita normale.

Si rimpiange un po’ l’assenza di scene o di proiezioni anche perché tutto è troppo caricaturale e ricorda fin troppo un musical. Non che la regia di Michieletto sia da scartare, ma nella sua novità dimentica la poesia e calca troppo su un umorismo di maniera che sfiora l’avanspettacolo, senza contare poi che diverse scelte disturbano il canto: durante il duetto All’idea di quel metallo, due figuranti disegnano la bottega di Figaro con bombolette spray su un telo giallo steso tra quattro sedie, che viene poi portato via a spalla da Figaro e dal Conte, e mentre Don Basilio canta la Calunnia due figuranti muovono dei grandi serpentoni neri di tela, simili a lingue di fuoco che si gitano a ritmo di musica sulla testa del cantante, facendo perdere l’effetto comico drammatico della bellissima aria. si rimane poi un po’ perplessi  davanti a un paio di situazioni troppo caricaturali, quali la mano di Rosina poggiata a forza sulle parti basse di Bartolo durante l’aria A un dottor della mia sorte, oppure lo spogliarello di Berta durante l’aria Il vecchiotto cerca moglie.

Il pubblico reggiano, abbastanza severo e conservatore in campo musicale, è rimasto molto perplesso davanti a questo approccio registico; nonostante questo ha apprezzato molto l’impegno dei cantanti, tutti giovanissimi e quasi tutti provenienti dall’Accademia del Teatro alla Scala, collaborazione già avviata con successo lo scorso anno con L’occasione fa il ladro: gli interpreti dell’opera, infatti, si sono formati o si stanno formando tutti presso questa prestigiosa Accademia.

Il giovane maestro Francesco Angelico dimostra grande ecletticità nella direzione, pur provenendo dalla musica contemporanea, riesce a dare una lettura chiara delle pagine rossiniane, anche se a volte pervade un’idea di libera interpretazione. Brava l’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala.

Enrico Inviglia è un Conte d’Almaviva che sarebbe piaciuto moltissimo a Rossini, la sua voce, pur un po’ acerba, è molto promettente e crea un personaggio adeguato, pur nella strettezza registica.

Filippo Polinelli è un Don Bartolo divertente ma che non convince appieno. La voce è bella ma spesso tende a scomparire.

Natalia Gravilan è un’ottima Rosina, briosa, divertente, sagace, con una bella voce che restituisce al personaggio quel tono di contralto leggermente scuro che, purtroppo, avevamo dimenticato.

Simon Liam è un Don Basilio impacciato dal costume che, pur con una bella voce non esprime il massimo di sé, gravato dalla scelta registica.

Na Hyum Yeo è una Berta poco convincente, manca di una dizione certa e la voce tende al vibrato.

Davide Pellissero in un Fiorello è più che dignitoso.

Molto bravo il coro dell’Accademia scaligera, diretto dal maestro Alfonso Caiani; la scelta di farlo cantare dai palchi di proscenio e far recitare al suo posto dei mimi non ci è sembrata una scelta ottimale.

Il Teatro reggiano era esaurito, un pubblico giovane ed esigente ha apprezzato la parte canora, mentre si è mostrato abbastanza critico per la regia.
Il conte d’Almaviva Enrico Iviglia
Don Bartolo Filippo Polinelli
Rosina Natalia Gavrilan
Figaro Christian Senn
Don Basilio Simom Lim
Berta Na Hyun Yeo
Fiorello/ Un ufficiale Davide Pelissero

Orchestra e Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala

direttore Francesco Angelico
maestro del coro Alfonso Caiani
regia e scene Damiano Michieletto
regia ripresa da Eleonora Gravagnola
costumi Carla Teti
disegno luci Alessandro Carletti

Allestimento scenico del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Coproduzione I Teatri di Reggio Emilia, Teatro Comunale di Modena in collaborazione con Accademia del Teatro alla Scala.

 

 

 

Franco Santalba