Crítica de Lohengrin de Wagner

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Teatro alla Scala, 4 dicembre 2012

Una tardiva riflessione sul Lohengrin che ha inaugurato la stagione 2012/2013 del Teatro alla Scala: le critiche ufficiali sono state quasi tutte favorevoli nei confronti dello spettacolo ma tra gli spettatori tanto, troppo dissenso. Incomprensione diffusa di uno spettacolo “semplice”. Ma cosa vuole questo nostro pubblico? Si riaccende una questione, quella del gusto del pubblico, largamente affrontata ai tempi delle avanguardie negli anni ’30 e giustificata da un fermento musicale e letterario di grande importanza. Oggi il problema è invece quello della mancanza di esperienza teatrale, colpa di un sistema italiano che solo tardivamente si sta aprendo a nuove espressioni registiche e drammaturgiche. C’è davvero, oggi, qualcuno che vorrebbe ancora assistere ad uno spettacolo ambientato nel decimo secolo, con cigni di cartapesta, fondali dipinti, e ambienti da cartolina liebig? Non credo, c’è solo la difficoltà e la scarsa volontà di comprendere un’opera da una prospettiva nuova. Il problema è radicale poiché manca in Italia, tra gli italiani, quella folta e nuova corrente di registi e drammaturghi (questi sconosciuti!) che al di là delle alpi da almeno una decina d’anni stanno compiendo una vera rivoluzione culturale e concettuale del melodramma. Con esiti a volte disastrosi e inaccettabili, innegabile, ma col merito di riattivare nella critica e nel pubblico un interesse e una discussione viva sulla concezione e fruizione dell’opera. Il nuovo “problema” del pubblico, che si trova oggi a dovere maggiormente e diversamente ragionare su uno spettacolo, ad analizzarlo e scoprirne l’aderenza con il testo e la musica, sarà comunque la vera salvezza dell’opera.

Sommo giubilo dunque per l’arrivo di Claus Guth – con colpevole ritardo – in Italia, alla Scala. Nei social network, blog, siti specializzati, si sono letti troppi commenti insensati e privi di reale fondamento critico. Inviterei tutti i denigratori ad assistere ad altri suoi spettacoli, le “Nozze” salisburghesi o il Ring di Amburgo, o più di tutti, il memorabile Tristano di Zurigo, per citarne solo alcuni. Spettacoli straordinari per innovazione e capacità di fare vero teatro, soprattutto in opere come quelle di Wagner dove il testo ha una funzione così importante. Quel pubblico che storce il naso senza conoscere, che si fa paladino dei propri teatri, i critici da bar sport che valutano gli spettacoli seduti sulla poltrona di casa, dovrebbero prima essere spettatori e poi eventualmente giudicare.

I teatri chiamino dunque Guth, Herheim, Loy, Tcherniakov, Warlikowski, Baumgartner, e si lascino più poltrone a disposizione di un pubblico di giovani affinché, liberi di vetusti e assurdi schemi mentali, potranno essere liberi di comprendere al volo la modernità di questi spettacoli o di criticarli: loro comunque torneranno e saranno il pubblico di domani.

Inoltre, per concludere la nota polemica, in Italia è necessaria una drastica rivoluzione sulla politica dei prezzi: biglietti troppo cari e spesso troppo difficili da reperire. Il teatro è della collettività, non solo degli sponsor e di chi è in grado di pagare centinaia di euro per una poltrona. E non bastano gli accessi popolari alle gallerie: si mettano in vendita i posti liberi dell’ultimo minuto a prezzi fortemente ribassati come avviene del resto in tutti i teatri del mondo. Gli esempi da seguire ci sono e i pochi teatri italiani con una politica di sconto per i giovani registrano un incremento di presenze notevolissimo: è un investimento doveroso e necessario per costruire il pubblico di domani, che ci si augura sia come quello che popolava l’Anteprima “under 30” di Lohengrin alla Scala, il 4 dicembre scorso, quando lo spettacolo di Claus Guth è stato accolto con grandissimo successo.

Partiamo brevemente da Wagner, ricordando che Lohengrin è la cosiddetta “ultima opera giovanile”, composta negli ultimi anni ’40 e rappresentata a Weimar solo nel 1850 grazie a Liszt che per primo capì veramente l’importanza e il talento di Wagner. Sono anni tumultuosi in cui si sta ridisegnando la politica europea ed è in quell’epoca che questo Lohengrin è collocato eliminando ogni preciso riferimento geografico o alla originale ambientazione del libretto.

Le scene, di Christian Schmidt, si sviluppano in un unico grande spazio interno,le cui alte pareti sono cosparse di porte che si affacciano su lunghi balconi dove spesso il coro/popolo/esercito assisterà agli eventi e saranno base, ai lati, delle ottime fanfare.

L’ambientazione al chiuso valorizza moltissimo il dramma familiare all’interno del quale piombiamo subito al termine del preludio, quando vediamo Elsa osservare con orrore Ortrud che svuota d’acqua una scarpa, quella del fratello Goffredo scomparso misteriosamente. Elsa, come spiega lo stesso Guth nelle note, è vittima designata e scopriamo attraverso il suo doppio bambina come sin dall’infanzia sia stata costretta ad una vita rigida e dolorosa, costruita sul senso di colpa.

Lohengrin, suo alter ego al maschile, è l’elemento complementare che ridona equilibrio a se stesso e alla sposa. Niente cigni al suo arrivo: “nasce” dalla folla, corpo estraneo nella moltitudine, inadatto alla società.

Una figura misteriosa: al braccio un’ala, simbolo dei ricordi dell’infanzia, delle speranze di una vita felice, l’incarnazione della bellezza e del bene, si rivelerà poi essere lo smarrito Goffredo, erede al trono.

Ortrud e Telramund sono anch’essi due facce della stessa medaglia, si direbbe gli opposti dei due protagonisti ma al negativo, impegnati nell’ascesa al potere ad ogni costo sfruttando l’occasione offerta dal Re Heinrich che con la sua causa politica è l’inconsapevole elemento scatenante del dramma.

Teatro, prima di tutto, di grandissimo livello unito ad una realizzazione musicale di indiscutibile qualità. Barenboim, ben più a suo agio con il repertorio wagneriano che altro, guida l’orchestra della Scala con sonorità sontuose, precisione e grande ispirazione romantica, aderendo però perfettamente all’incedere “nevrotico” dell’azione scenica. Su di tutto è stata veramente formidabile la prova delle bande che nei numerosi interventi ha arricchito l’azione con qualità musicale eccellente.

Il coro diretto da Casoni ha avuto più di una critica: forse si, poteva essere superiore per omogeneità del suono e aderenza al testo germanico ma stiamo davvero sottilizzando.

Il cast è molto buono. Manca tuttavia quell’afflato comune, il senso della “compagnia” che soprattutto in un teatro italiano, e alla Scala a maggior ragione, vorremmo fosse il quid che faccia la differenza. Invece “solo” un buon cast di livello internazionale. Buono si, perché il Telramund di

Tómas Tómasson è stanco, sfibrato e con conseguenti gravi pecche vocali. Evelyn Herlitzius è una grande artista ma stavolta non lascia il segno, non è abbastanza espressiva nel suo canto che manca di quella ambiguità e profondità nel fraseggio di Ortrud che i soli sguardi malefici non riescono a sopperire. Il soprano Ann Petersen, sostituta in corsa di Anja Harteros, di Elisabeth riesce a incarnare alla perfezione il carattere più fragile ma non altrettanto quello drammatico. Onore comunque per aver interpretato il ruolo in maniera più che soddisfacente, con grande impegno e buona resa vocale e d’accento soprattutto a partire dal secondo atto.

René Pape si distingue come sempre per la grande nobiltà e precisione di fraseggio, per il colore brunito della voce e il grande volume. Il tempo, e le sigarette, cominciano a farsi sentire ma la linea vocale è ancora salda e la sua prova è maiuscola sotto tutti i punti di vista. Il suo araldo, Zeljko Lucic, è corretto.

Jonas Kaufmann: protagonista e divo dello star-system operistico. Purtroppo la voce ha dei problemi “strutturali” che a volte rendono fastidiosamente ingolati e artificiali certi suoni a seconda del repertorio e tessitura. Ma è innegabile che non c’è oggi altro tenore in grado di interpretare scenicamente e vocalmente questo ruolo con pari intensità, partecipazione e baldanza vocale. Wagner, così come il repertorio francese, sono territorio d’elezione del divo, e presto potremo ammirare sicuramente un suo grandissimo Parsifal.

Un cast dunque nel complesso di buona qualità in cui ognuno ha aderito con grande perizia e convinzione alla regia di Claus Guth.

Per l’Italia, un soddisfacente inizio dell’anno wagneriano e per la Scala il miglior spettacolo inaugurale dell’era Lissner. Speriamo che la conclusione verdiana, con la “Traviata” firmata Tcherniakov-Gatti sia all’altezza delle aspettative.

 

 

Lohengrin

Romantische Oper in drei Akten

Dichtung und Musik von RichardWagner

 

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

 

 

Direttore: Daniel Barenboim

Maestro del Coro: Bruno Casoni

Regia: Claus Guth

Scene e costumi: Christian Schmidt

Coreografia: Volker Michl

Luci:Olaf Winter

Drammaturgia: Ronny Dietrich

Maestro d’armi: Renzo Musumeci Greco

 

 

Heinrich der Vogler: René Pape

Lohengrin: Jonas Kaufmann

Elsa von Brabant: Ann Petersen

Friedrich von Telramund: Tómas Tómasson

Ortrud: Evelyn Herlitzius

Der Heerrufer des Königs: Zeljko Lucic

Alessandro di Gloria