Crítica de Oberto de Verdi. Milán

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Oberto1.Verdi.Milan

 

 

Teatro alla Scala di Milano

20 aprile 2013

Nel bicentenario verdiano non poteva mancare sul palcoscenico che ne vide l’esordio, il debutto di Giuseppe Verdi come compositore: Oberto conte di San Bonifacio, che proprio alla Scala di Milano ebbe la prima rappresentazione il 17 novembre 1839 con buon successo.

Oberto Conte di San Bonifacio è la prima opera di Giuseppe Verdi, composta su libretto di Antonio Piazza rielaborato daTemistocle Solera. In origine si trattava probabilmente di un libretto intitolato Rochester o Lord Hamilton per il quale Verdi aveva composto la musica nel 1836, utillizzata poi per l’Oberto.

Dalla musica di un Verdi ventiseienne si può leggere l’evoluzione della sua ascesa musicale. Già in Oberto possiamo ascoltare quello che siamo più abituati in opere più famose. Verdi è Verdi anche in queste opere così dette minori e si apprezza l’ascolto perché si pregusta l’autore più maturo e più formato. Non è certamente un titolo molto rappresentato, si pensi che alla Scala, dopo l’esordio del 1839 e una ripresa l’anno successivo, bisogna attendere una storica produzione del 1951 e di nuovo lasciar trascorrere altri 51 anni, nel 2002 a seguito del centenario della morte e l’attuale in occasione del bicentenario della nascita. È però un’opera che si ascolta molto volentieri e con pezzi di certa levatura musicale e canora.

La storia è molto cupa e drammatica: a Bassano (Italia del Nord), nel castello di Ezzelino da Romano e nella sua vicinanze, nel 1228. Il giovane conte Riccardo deve sposare la sorella di Ezzelino, Cuniza. Tuttavia, ingannando l’amico Oberto, ne seduce la figlia Leonora. Scoperto il tradimento, Oberto convince Leonora a recarsi da Cuniza per rivelarle la verità e smascherare il seduttore. Sconvolta dal racconto di Leonora, Cuniza decide di rinunciare a Riccardo, che sarà così costretto alle nozze riparatrici. Ma Oberto non è soddisfatto di tale soluzione: sfida il giovane a duello e viene ucciso. Riccardo fugge in esilio e per Leonora altro non resta che ritirarsi in convento.

Il Teatro alla Scala ha affidato questa sua nuova produzione alla regia di Mario Martone, uno dei grandi nomi della regia italiana del momento.

Martone analizza l’opera concentrandosi su un Medioevo cupo e feroce, dominato dalle faide tra famiglie che si contendono il territorio del Veneto, in cui avviene la scelta di Riccardo di stringere alleanza con Ezzelino attraverso il matrimonio con sua sorella Cuniza, disonorando così Leonora, la figlia di Oberto che aveva promesso di sposare.

Secondo Martone l’opera deve essere vista al di là dell’intreccio sentimentale che guida l’azione, ma secondo una dimensione attuale e contemporanea in cui convivono lotte tra famiglie rivali, violenze a donne per sfregio o vendetta, alleanze per guerre di droga o di armi. È questo il Medioevo contemporaneo di Martone, quello delle società mafiose e camorristiche. Ecco che Riccardo diventa un capo clan che vive in una casa lussuosa ma pacchiana, Cuniza la sua fidanzata connivente, Leonora la donna stuprata e vistosamente incinta e Oberto un padre che vuole solo vendetta. L’ambientazione, grazie alle belle scene di Sergio Tramonti, è molto contemporanea, in una periferia cittadina, fatta di cemento e gru, in cui si trova questa casa piena di sgherri armati di mitra e pieni di droga e di donnine volgari e compiacenti: la corte di Riccardo.

La regia ha ovviamente una sua logica ed è indubbiamente raffinata. Martone non è un novellino e molte sue regie sono entrate nella storia dell’opera lirica. Però non convince ed è molto discutibile. L’idea di dover oggigiorno necessariamente attualizzare le regie di opere liriche inizia ad essere stantia e fa assaporare la nostalgia di certe regie del passato molto più ridicole forse ma molto più coerenti. In questa regia vengono immessi troppi cliché scontati che finiscono per renderla monotona, oppure elementi atti a voler far parlare di sé (come il bacio “saffico” tra Cuniza e Leonora nel duetto tagliato da Verdi stesso e qui ripreso), oppure elementi che spingono al ridicolo (l’ingresso della mercedes sulle note dei violini), oppure che riportano a fatti che sono lungi dal racconto operistico (Oberto morto che viene caricato e scaricato dalla Mercedes come Aldo Moro). Alcuni elementi sono poi contraddittori con il libretto stesso: come può uno (Riccardo) che entra in scena quasi camminando su due cadaveri come fosse la norma, poi fuggire inorridito e con un rimorso inesorabile per avere ucciso un vecchio che gli dava noia! Oppure una Leonora evidentemente incinta cantare di volersi ritirare in convento! Va bene tutto ma almeno un po’ di coerenza con il libretto!

La costumista Ursula Patzak non deve avere fatto molta fatica nel creare gli abiti dei personaggi, che sembrano usciti da un discount dell’abbigliamento trash.

Per il resto l’opera si guarda e soprattutto si ascolta molto piacevolmente, perdonando al regista queste divagazioni inopportune.

Il maestro concertatore e direttore Riccardo Frizza ha dato un taglio molto leggero e piacevole all’opera. Non ha – giustamente – calcato la mano su una concertazione stereotipata, ma ha saputo dare slancio e vivacità, senza nessun eccesso, dosando liricità ed enfasi con sapiente mano. L’orchestra del Teatro alla Scala ha risposto positivamente alla sua direzione, dando un’ottima prova. Ricordiamo che il maestro Frizza per questa rappresentazione scaligera, include nell’atto secondo un duetto delle due protagoniste che era stato inserito da Verdi ma mai rappresentato finora.

Molto valido il cast, composto da nomi eccellenti del panorama lirico italiano.

Michele Pertusi nel ruolo del titolo ha dato una prova convincente. Non merita presentazioni il basso parmigiano, grande interprete verdiano. La sua tecnica e la sua presenza scenica coprono certamente la poca potenza di voce. Però non possiamo non ricordare il suo fraseggio morbido ed eclettico; Pertusi ha delineato un Oberto convincente, marziale e drammatico.

Fabio Sartori, è stato un convincente Riccardo, nonostante una preannunciata raucedine. La voce è buona, il fraseggio anche, solo l’emissione non è tra le migliori resa tale dalla voce un po’ scura. In ogni caso ha reso perfettamente il personaggio creato dal regista.

Maria Agresta è stata la rivelazione della serata. La sua Leonora è stata drammaticamente ineccepibile. Bella voce verdiana, con una bellissima coloratura, fresca ed omogenea. Ha reso un personaggio credibile e dato una eccellente prova, è senza dubbio una grande promessa della lirica.

Sonia Ganassi è un mezzosoprano di grande levatura e di solida carriera, indirizzata per vocalità soprattutto nel bel canto, dove ha sempre eccelso. Cuniza non ci è sembrato molto il suo ruolo ideale. Ottima la tecnica e il fraseggio, ma l’emissione ha perso forza e coloritura. Ci dispiace vedere una grande cantante ancora giovane e con ottima voce rovinare la voce in ruoli che non gli sono congeniali.

Corretta e brava Josè Maria Lo Monaco in Imelda.

Prova eccellente per il coro del Teatro alla Scala, diretto dal maestro Bruno Casoni.

Nonostante Oberto sia un’opera minore di Verdi, il Teatro alla Scala presentava un folto pubblico interessato ed attento. Molto apprezzati ed applauditi sia Pertusi che la Agresta; anche il maestro Frizza ha avuto il suo meritato plauso. Qualche contestazione alla regia ha chiuso la serata.

 

Oberto           Michele Pertusi

Riccardo        Fabio Sartori

Cuniza           Sonia Ganassi

Leonora         Maria Agresta

Imelda            José Maria Lo Monaco

 

Direttore        Riccardo Frizza

Regia              Mario Martone

Scene             Sergio Tramonti

Costumi          Ursula Patzak

Luci                Pasquale Mari

 

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO ALLA SCALA

Maestro del Coro BRUNO CASONI

 

Nuova produzione Teatro alla Scala

Mirko Bertolini