Crìtica de Rigoletto de Verdi

80

 

Milano, Teatro alla Scala, 11 novembre 2012.

In chiusura di stagione torna al Piermarini l’allestimento di Rigoletto di Gilbert Delfo: uno spettacolo all’insegna della più solida tradizione, ormai divenuto un classico, giunto all’ottava edizione dopo la sua prima rappresentazione datata 15 maggio 1994. Fastoso l’impianto scenico di Ezio Frigerio che ci proietta all’inizio dell’opera fra le colonne dorate, gli specchi e i pavimenti marmorei di una reggia tardo rinascimentale ove, con movimenti a dire il vero un poco prevedibili, si aggira e agisce la pletora dei cortigiani, abbigliata con i sontuosi costumi di Franca Squarciapino curati davvero in ogni minimo dettaglio. La scena a casa del buffone si svolge, invece, tutta in un modesto cortile, delimitato da un muretto basso e leggermente scalcinato, dietro il quale, in opposizione evidente, si ergono imponenti le architetture cittadine che rivelano similitudini palesi con quelle albertiane di Sant’Andrea a Mantova. Per la locanda di Sparafucile, infine, Frigerio ci riserva una curiosa e intrigante ambientazione da archeologia industriale, quasi che l’uomo e la sorella si trovino a dimorare all’interno di un opificio di mattoni dismesso, dotato di un piccolo spazio all’aperto antistante con tavolo e sedie da osteria, pervaso da un’atmosfera tetra accentuata dai bagliori candidi e dal realistico scroscio di pioggia della scena del temporale.

Pietro Pretti è un Duca di Mantova non pienamente incisivo sul piano interpretativo, ma estremamente corretto dal punto di vista dell’emissione vocale sempre ben controllata. Il fraseggio è curato, il volume non particolarmente corposo, ma il timbro estremamente piacevole e lo squillo sicuro. Nel ruolo del titolo Zeljko Lucic, vocalmente solido, dal colore adattissimo al ruolo, con acuti ben proiettati e un’intonazione sicura, ma forse un po’ piatto nella caratterizzazione di un personaggio complesso come quello del buffone così dilaniato da una rabbia e da un dolore che non sempre emergono prepotenti dalla sua lettura. Esordiente alla Scala nei panni di Gilda Valentina Nafornită: la voce è buona, ricca di colori e vibrazioni, solida nel registro centrale, solo leggermente sbiancata talvolta in acuto e sovracuto, la presenza scenica risulta efficace. A completare il quadro lo Sparafucile di Alexander Tsymbalyuk la cui voce sembra mancare un po’ di corpo e di incisività e la Maddalena di Ketevan Kemoklidze dal timbro brunito, ma non completamente contraltile così da causare qualche mancanza di sonorità nei toni bassi della tessitura.

Leggere perplessità le ha lasciate la direzione di Gustavo Dudamel che stacca in genere tempi molto serrati causando qualche difficoltà di accordo fra buca e palcoscenico. Nei momenti più intimisti la lettura è profonda e di indiscutibile finezza, ma nei momenti più drammatici sembra mancare un po’ di veemenza e incisività.

Davvero buona la prestazione del coro del Teatro alla Scala impeccabilmente preparato da Bruno Casoni.

 

Simone Manfredini

Interpreti:

 

Il Duca di Mantova:            Pietro Pretti

Rigoletto:                   Zeljko Lucic

Gilda:                                  Valentina Nafornită

Sparafucile:                         Alexander Tsymbalyuk

Maddalena:                         Ketevan Kemoklidze

Giovanna:                   Anna Victorova

Monterone:                         Ernesto Panariello

Marullo:                      Mario Cassi

Matteo Borsa:                     Nicola Pamio

Il Conte di Ceprano:            Andrea Mastroni

La Contessa di Ceprano:     Evis Mula

Usciere:                      Valeri Turmanov

Paggio:                       Rosanna Savoia

 

Direttore:                    Gustavo Dudamel

Maestro del coro:               Bruno Casoni

Regia:                                  Gilbert Deflo

Scene:                                 Ezio Frigerio

Costumi:                     Franca Squarciapino

Simone Manfredini.