Critica de UN BALLO IN MASCHERA de Verdi

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Parma Teatro Regio

 

15 gennaio 2013

Con la festività di Sant’Ilario, come consueto, il Teatro Regio di Parma ha inaugurato la propria stagione lirica 2013. Il travagliato percorso del Regio è arrivato, dopo le varie vicissitudini politico – economiche, all’inaugurazione della prima stagione della gestione Fontana con una ripresa del Ballo in Maschera andato già in scena meno di due anni fa.

Può risultare senz’altro comprensibile e opportuno riproporre una messa in scena datata di una ventina d’anni (l’originale dello storico allestimento risale al 1989) e già altre volte ripresa in un momento come quello che attraversa il teatro parmigiano, impegnato a ritrovare una nuova, più necessaria misura gestionale; tanto più che si trattava di un allestimento già felicemente collaudato, come quello firmato dal grande e (purtroppo prematuramente) scomparso Pier Luigi Samaritani e ora ripreso con qualche ritocco in più da Massimo Gasparon, sempre attuale e in ogni modo non toccato da certe pretenziose e quanto mai “moderne” sovrastrutture volte ad illuminare pretesi sottesi recessi storici se non addirittura psicanalitici o quant’altro.

 

Potremmo definire questa ripresa con alcuni nuovi elementi scenografici e drammaturgici, un’occasione importante per ritrovare la modernità attraverso lo stile e la tradizione, – spiega il regista Massimo Gasparon – dove il nuovo deve nascere dal nucleo classico della tradizione melodrammatica. Una possibile via è quella della ricerca profonda di una sensibilità più attuale. Sondare i meccanismi del nostro emozionarsi e trasmetterli ai cantanti. In bilico tra tradizione e creazione, senza mai escludere alcun possibile cambiamento. E la compagnia di canto, straordinaria e vivace, dà un apporto preziosissimo. Il maestro Zanetti, partecipando con entusiasmo alle prove di regia, ha permesso la ricerca di una sintesi tra intuizioni musicali ed esigenze drammaturgiche, secondo la migliore tradizione operistica italiana. Sono onorato di avere ridato vita e ripreso ora questo allestimento, in quanto ho potuto studiare da vicino i bozzetti e le scene realizzate, ho scoperto dettagli preziosi e nascosti: una straordinaria occasione in termini professionali ed umani, in questo affettuoso e sincero omaggio ad un grande Maestro del nostro teatro.

Il primo atto si divide fra il palazzo del Conte con la grande scalinata in puro stile neoclassico inglese illuminata da un’ampia vetrata su cui si dispongono le vivaci macchie cromatiche dei cortigiani e degli armigeri recanti monumentali bandiere britanniche, ricorda molto un quadro fiammingo, rimandando sicuramente ai famosi gruppi di Rembrandt; affollata fin troppo la scena iniziale, privilegiando masse statiche quasi come tableaux vivent. D’effetto la seconda scena, l’antro di Ulrica è una caverna fra i boschi illuminato da una luce radente che penetra da un’apertura della volta e giunge ad illuminare il groviglio di figure umane attorno alla maga. Il secondo atto è l’essenza stessa dell’ideale romantico con un cimitero nebbioso che si sviluppa ai piedi delle rovine di un edificio gotico perfetta citazione de “Il cimitero nella neve” dipinto da Caspar Friedrich nel 1819. Nel III atto si adottano soluzioni differenti. La casa di Renato con il grande ammasso di oggetti e strumenti musicali rimanda direttamente al miglior naturismo olandese del seicento mentre l’attento gioco di luci rievoca atmosfere rembrantiane senza dimenticare il Caravaggio. La seconda scena è invece volutamente artificiosa come si addice all’apparato effimero di una festa barocca con le sue quinte e i suoi fondali di cartone dipinto. Bellissimi i costumi, specie quelli maschili, colmi di citazioni dalla pittura inglese e olandese del tempo e in un contesto tanto sontuoso e accurato forse solo troppo stilizzati quelli di Amelia. In tale ambito la regia di Gasparon si muove con logica e coerenza, seguendo in dettaglio e con attenzione gli snodi drammatici della vicenda e senza mai forzare la mano con interpretazioni più o meno personali e risultando proprio per questo particolarmente convincente. I costumi completano l’opera di Samaritani ma, in alcuni casi, la sua eleganza consueta non si è tradotta in risultato di pari gusto, soprattutto nei colori troppo accesi e in alcune incongruenze (Amelia ha un abito bianco di raso con mantello azzurro mentre viene da Renato trascinata via dall’orrido campo; un istante dopo, arrivati a casa, ha un abito verde di velluto).

Le coreografie di Roberto Maria Pizzuto sono semplici ed efficaci per dare l’idea che siano gli stessi convitati a ballare e non professionisti a ingaggio; seducenti le figure maschile-femminile con le doppie maschere sul viso e sulla nuca.

Cast buono e d’effetto.

Come nella precedente edizione il ruolo di Riccardo è stato rappresentato da Francesco Meli. Il tenore conferma anche in questa occasione la sua perfetta adesione al personaggio. Il ruolo risulta ulteriormente approfondito grazie alle belle e nuove sfumature che arricchiscono il suo canto sempre facile, luminoso e sicuro che incanta il pubblico già con La rivedrà nell’estasi e il finale del primo quadro Signori: oggi d’Ulrica, esibendo una piacevolissima tinta lirica. La difficile Dì tu se fedele è resa in maniera impeccabile. Un conte giovane nel timbro, luminoso e generoso nel canto ma non per questo incline a effetti troppo stucchevoli e marcati. Molto bene i primi due atti, il tenore genovese è apparso più affaticato all’ultimo. Quello tratteggiato da Meli è un Riccardo giovanile e appassionato ma sempre nobilissimo in tutte le sue espressioni ed ha trovato accenti di nobilissima commozione nelle frasi del finale capaci di trasmettere autentici brividi di emozione.

Il ruolo di Renato è affidato al baritono Luca Grassi. Il personaggio è ben delineato, con recitazione intensa ed appropriata, l’emissione è robusta ed è ben sostenuta anche nel registro grave, ma il suo timbro freddo benché arricchito di sfumature brunite.

Anna Pirozzi in Amelia, è un soprano lirico le  cui evidenti intenzioni espressive, costantemente ricercate per tutto il corso della recita, dimostrano la grande consapevolezza con cui ha affronta questa non facile parte. La resa è un po’ alterna: ci sono momenti convincenti come il duetto d’amore del secondo atto ed altri meno riusciti come la drammatica aria Morrò, ma prima in grazia, portata a termine con qualche difficoltà. In complesso più che sufficiente. Carente nella presenza scenica.

L’Oscar di Serena Gamberoni mantiene le grandi aspettative suscitate dalla sua brillante interpretazione di due anni fa. La capacità del soprano di cantare d’agilità, mantenendo morbidezza e compattezza timbrica toglie al personaggio l’inutile petulanza che spesso lo caratterizza e gli restituisce il giusto peso nell’economia del racconto. La Gamberoni ha interpretato un Oscar da manuale ed ha ottenuto un meritato successo personale. La tecnica è importante e ben salda, le agilità sono fluide ed il personaggio è reso in maniera eccelsa, facendosi notare non solo nelle arie Volta la terrea e Saper vorreste, ma soprattutto nei pezzi d’assieme, tanto nei finali di primo e secondo quadro, quanto nel quintetto che segue la congiura. È stata la vera primadonna della serata, creando un Oscar divertente e malizioso.

Julia Gertseva ha cantato nel ruolo di Ulrica.  Ha mantenuto, con intelligenza e senza controproducenti forzature, il suo colore naturale. Purtroppo è stata un’Ulrica che difetta di terribilità, estranea alle oscurità dell’«abisso».  Senza dubbio bella voce ma lontana dal personaggio.

Buoni i due congiurati, Enrico Turco e Francesco Palmieri; a completare i ruoli comprimari Sergio Vitale (Silvano), Gian Marco Avellino (Giudice), Enrico Paolillo (Servo).

Eccellente, competente e qualificato il Coro diretto da Martino Faggiani, che si è imposto su tutti.

Massimo Zanetti, che in altre occasioni aveva mostrato un equilibrio eccezionale, alle prese con la Filarmonica del Teatro Regio, una giovane orchestra in rodaggio,  alternava zone di prudenza a sortite perentorie: è mancata un certo amalgama, la coloritura strumentale di quest’opera, i romantici chiaroscuri alternati a più sfumate leggerezze, proprio a dar l’idea dell’impalpabilità della musica; in sostanza una direzione pesante.

In complesso però si è rivelato un allestimento molto piacevole e molto applaudito. I parmigiani – soliti ai fischi – hanno apprezzato specialmente le voci di Meli e della Gamberoni; qualche leggera e abituale contestazione, ha toccato il maestro Zanetti. Un Teatro Regio pieno, nel segno di Verdi che a Parma è più di un personaggio, è l’anima stessa della città.

 

 Personaggi Interpreti
Riccardo FRANCESCO MELI
Renato LUCA GRASSI
Amelia ANNA PIROZZI
Ulrica JULIA GERTSEVA
Oscar SERENA GAMBERONI
Silvano SERGIO VITALE
Samuel ENRICO TURCO
Tom FRANCESCO PALMIERI
Un giudice GIAN MARCO AVELLINO
Un servo ENRICO PAOLILLO

Maestro concertatore e direttore
MASSIMO ZANETTI

Regia
MASSIMO GASPARON
da un’idea di PIER LUIGI SAMARITANI

Scene e costumi
PIER LUIGI SAMARITANI

Luci
ANDREA BORELLI

Coreografie
ROBERTO MARIA PIZZUTO

Maestro del coro
MARTINO FAGGIANI

FILARMONICA DEL TEATRO REGIO DI PARMA
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Allestimento del Teatro Regio di Parma

 

 

Mirko Bertolini