Don Carlo di Verdi va in scena al Teatro alla Scala di Milano

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Don Carlo di Verdi va in scena al Teatro alla Scala di Milano
Don Carlo di Verdi va in scena al Teatro alla Scala di Milano

Per molti aspetti altalenante l’esito dell’allestimento scaligero (di provenienza salisburghese) del verdiano Don Carlo, presentato nella versione tradizionale in cinque atti in italiano ed il motivo di tale mancanza di equilibrio non era da imputarsi all’aspetto musicale (che offriva, per molti aspetti, più di un motivo di interesse) ma piuttosto a quello prettamente teatrale.

Risulta infatti difficile accettare in Scala (che, ancora oggi, si pone come la regina dei teatri, per tradizione se non per merito) un allestimento così povero di idee e scarno tanto nella forma quanto nei contenuti.

Scevro da ogni significante, lo spazio scenico ideato da Peter Stein presentava così una combinazione di fondali e quinte di imbarazzante semplicità non offrendo, se non in rari momenti, alcuno spunto interpretativo riguardo una partitura che di contrasti e contatti viscerali e continui con il palcoscenico vive e si alimenta. Impossibile dunque comprendere le danze delle ancelle (ormai moda dilagante) nei giardini di Eboli così come la sfilata degli ambasciatori in esotiche vesti durante il quadro dell’autodafé, per tacer d’altro, e ciò non per un capriccio del gusto quanto per l’esigenza di trovare, in una sede tanto celebre quanto celebrata quale la Scala, una qualche chiave interpretativa che rispondesse alle aspettative drammatiche della partitura e che mostrasse un taglio definito nell’impostazione registica atto a stimolare e proporre un dialogo ed una riflessione tanto aperta quanto diversificata e vivace.

Francesco Meli debuttava il ruolo di Don Carlo ed il risultato è stato perfettamente all’altezza delle aspettative.

Il giovane tenore genovese possiede timbro rotondo ed omogeneo, dal bel colore, morbido nel passaggio e sapientemente dosato da una respirazione sempre al servizio del fraseggio. Queste caratteristiche, calibrate con intelligenza, lo portavano ad affrontare il temibile ruolo con estrema modestia, semplicemente mettendosene al servizio.

Il suo Don Carlo non colpiva dunque per teatralità smodata quanto esibita o acuti al fulmicotone ma per un’interpretazione in cui tutto era presente e ben misurato; così il ruolo emergeva con la prepotenza drammatica che gli è propria e che la vocalità ben veicolava attraverso l’uso della mezza voce e di una sfaccettata gamma cromatica che lo poneva quale naturale fulcro drammatico dell’azione.

Diverso il discorso per il soprano Krassimira Stoyanova impegnata nel ruolo di Elisabetta.

Il timbro interessante, particolarmente raffinato nelle filature e nei piani così come rotondo e drammatico nel registro grave, mancava però di quegli armonici indispensabili per esprimere la sensibile mestizia che caratterizza il ruolo. La sua regina risultava così assai poco tormentata e ancor meno innamorata con un risultato complessivo di scarso impatto teatrale ed emozionale.

Di bell’impatto teatrale il Rodrigo delineato dal baritono Simone Piazzola che tratteggiava il suo nobile personaggio usando al meglio il suo strumento che, se non imponente per tono e corpositá, si distingueva altresì per la morbidezza e la bellezza del timbro quanto per una grande nobiltà d’accento che gli permetteva di scolpire la parola e, attraverso la stessa, delineare il carattere.

Don Carlo 4

Per molti aspetti deludente Béatrice Uria Monzon nei panni di Eboli a causa di una timbrica grossolana che, solo nei toni della veemenza e dell’ira sembrava trovare la sua dimensione espressiva, decisamente troppo poco per un personaggio certo tra i più acutamente delineati in partitura.

Ferruccio Furlanetto nella sua lunga carriera ha fatto del ruolo di Filippo II uno dei suoi cavalli di battaglia ed anche in questa sede ne delineava il ritratto con dominante ed incisiva teatralità.

Il timbro, perfettamente congiunto all’accento ed alla parola, diveniva così teatro scolpito e contribuiva a tratteggiare un’interpretazione che cresceva e si sviluppava alternando la ferocia alla gelosia e che, con lo svolgersi della narrazione, culminava in un climax di grande efficacia drammaturgica.

Sapiente e scenicamente ben delineato il Grande Inquisitore tratteggiato dal basso Eric Halfvarson.

Completavano il cast: Martin Summer (un frate), Theresa Zisser (Tebaldo), Azer Zada (Conte di Lerma/un araldo), Céline Mellon (una voce dal cielo), Gustavo Castillo, Rocco Cavalluzzi, Dongho Kim, Viktor Sporyshev, Chen Lingjie e Paolo Ingrasciotta (deputati fiamminghi).

La mirabile Orchestra del Teatro alla Scala trovava nella bacchetta del M° Myung – Whun Chung una guida sensibile ed espressiva attenta a cesellare le luci e le ombre di questa meravigliosa partitura e, specie nei momenti di maggior lirismo, raggiungeva momenti di straordinaria e catartica teatralità (duetto ultimo Atto).

Bene il Coro diretto dal M° Bruno Casoni.

Teatro gremito ma pubblico frettoloso a fine recita per uno spettacolo che avrebbe, in ogni caso, meritato un maggior entusiasmo ma si sa, l’ora era tarda e neanche la Scala può dirsi impermeabile al comune sentire … ‘ o tempora, o mores’ facciamocene una ragione dunque.

Silvia Campana