Così fan tutte. Mozart. Milano

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Teatro alla Scala, 30 giugno 2014.

Questo Così fan tutte è stato un improvviso ed imprevisto «ritorno al passato». Alla realtà mesta e di un livello di basso profilo nord europeo, quando ancora le urla di bravo e gli strepitosi applausi che hanno accolto i precedenti Les Troyens ed Elektra echeggiavano sotto la volta del Piermarini, in Scala.

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Orchestra imprecisa e pesante, direzione letargica di uno svogliato e demotivato Daniel Barenboim; allestimento proveniente da Salisburgo di Claus Guth, che di nuovo (cioè di vecchio) propone ora e sempre le rivistazioni psicologico-oniriche delle opere, laddove dovrebbe spumeggiare una commedia sans souci e pervadere quell’erotismo sottile ed «illuminato» che Mozart e Da Ponte seppero sublimemente ritrarre in questo capolavoro alla fine del Settecento. Si rinuncia alla iconografia partenopea, al mare -in un’opera dove è spesso evocato ed anzi elemento rilevante, come, seppur in diversa maniera, lo è nel Simone verdiano e nell’Olandese di Wagner. Per cosa? per una casa «alla Wright» in cui un bosco, prima esterno, man mano occupa lo spazio e dove le malcapitate padroncine si trovano a rotolare nel fango. I travestimenti? Figuriamoci, roba vecchia! E men che meno le caratterizzazioni di Despina, prima come medico mesmerico quindi quale notaio beccavivi, non esistono proprio. Don Alfonso, ridotto ad una sorta di mago, ferma l’azione quando vuole schioccando le dita. Che poi tutti sanno tutto di tutti e dunque, la commedia degli equivoci, con il suo finale ambiguo nella ricostruzione delle coppie, dove sta? Certo non nella nuova drammaturgia.

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Spacciati e sistemati direzione e spettacolo, pessime note sulle voci, dove si vorrebbe salvare per professionalità e proprietà nel canto Michele Pertusi, che di Don Alfonso ne ha macinati parecchi, ma che da solo, onestamente ed eroicamente, non può salvare una compagnia che sembrava da barzelletta.

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Iniziando dalle donne: le dame ferraresi in questione erano assolutamente al di sotto, per voce e temperamento, alle benchè minime esigenze nelle rispettive parti. Maria Bengtsson, Fiordiligi, è una pimpante valchiria bionda, di bell’aspetto, ma offre una vocetta smunta e bianchiccia, avara di armonici. Priva di appoggio, dalle agilità inesistenti, ha solo una certa predisposizione al canto spianato. Le note gravi? Rimangono nel mondo delle buone intenzioni. Peggio di lei, ed è tutto dire, la Dorabella anonima, sia vocalmente che interpretativamente, di Katija Dragojevic: sensualità zero dal personaggio che, diciamola tutta, ha prima tra le due e subito i più urgenti pruriti. I recitativi, ça va sans dire, masticati alla bell’e meglio. Restava la Despina di Serena Malfi, su cui si nutriva qualche vaga speranza. Questa, però, delude spesso, se non sempre, come proclama Turandot. Vocetta spuria: mezzosoprano? Soprano corto? Boh! Di certo in difficoltà con i primi acuti tanto da steccare il Si -e capirai che nota- nell’aria «Una donna a quindic’anni». Anche lei, penalizzata dalla regia, pur muovendosi mercurialmente come un’ossessa, non ha centrato il personaggio, anzi ha sprecato le numerose occasioni che i recitativi -per fortuna, una tantum, tagliati col macete- possono offrire. La signora Giovanna Lomazzi, presidente dell’As.Li.Co. e presente alla serata, non si è risparmiata in commenti nel foyer: «Nessuna delle tre avrebbe superato la fase di audizione, qualora si fosse presentata al nostro concorso!». E siamo pur sempre alla Scala.

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Dei restanti maschietti, l’aitante baritono Adam Plachetka, Guglielmo, è passato senza infamia e senza gloria. Il tempo della gloria, purtroppo, sembra il ricordo di un passato senza ritorno per Rolando Villazon, Ferrando, che pur cercando di far ridere a tutti i costi recitando la parte di Mister Bean nel ruolo, per altro, dell’amoroso romantico e sognatore, non è riuscito a nascondere le crepe di un’organizzazione vocale ormai giunta alla frutta. Per giunta, si insiste nell’equivoco di affidargli Mozart, pensando che sia «più facile», laddove se la voce non ha il dovuto appoggio, se non si conosce l’uso del legato e se non si riesce ad emettere un suono con mezzevoci ed in pianissimo, evitando penosi falsetti, casca sempre l’asino.

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Teatro, al turno A, mezzo pieno con vuoti clamorosi dopo il primo atto. I superstiti hanno decreatato un «successo di stima», pilotato da alcuni fans di Barenboim  visibilmente piazzati in palchi di proscenio, mentre la maggioranza del pubblico si affrettava al guardaroba.

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Fiordiligi: Maria Bengtsson, 
Dorabella: Katija Dragojevich, 
Despina: Serena Malfi, 
Guglielmo: Adam Plachetka, 
Ferrando: Rolando Villazon, 
Don Alfonso: Michele Pertusi. 

Direttore:Daniel Barenboim. 
Regia: Claus Guth. 
Scene: Christian Schmidt. 
Costumi: Anna Sofie Tuma. 
Luci: Marco Filibeck. 
Maestro del coro: Bruno Casoni.

 

Domenico Gatto