La Vedova allegra. Lehar. Verona

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Filarmonico di Verona, 4 marzo 2014

La Vedova allegra

Operetta in tre atti di Franz Lehár su libretto di Victor Léon e Leo Stein dalla commedia L’Attaché d’ambassade di Henri Meilhac

Grande successo di pubblico per questa ripresentazione de La vedova allegra, debuttato al Filarmonico di Verona già nel 2005 proveniente dal Teatro Verdi di Trieste, patria italiana dell’operetta. La storica regia di Gino Landi non perde l’originale brio e la dimensione molto italianizzata della vicenda.

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Verso la fine del secolo scorso, qualcuno definì La vedova allegra lo spettacolo più rappresentato al mondo. In effetti il suo successo fu immediato, dal momento del suo debutto al Theater an der Wien nel 1905, nonostante la difficile gestazione e il grande scetticismo dei produttori e il preannunciato fiasco. La vedova allegra deve indubbiamente la fama e l’apprezzamento del pubblico all’alone romantico che la musica di Lehar riesce a trasmettere in tutta la vicenda, oltre a questo l’uso costante del Valzer e quell’atmosfera di Belle Epoque che mai tramonta. Questa operetta è diventata il simbolo stesso di questo genere musicale e della stessa Belle Epoque. Variegati poi i personaggi, alcuni stereotipati, come il barone Zeta e Njegus, dalla comicità prevaricante la trama stessa, altri di consistenza più romantico – drammatica, come la coppia Hanna – Danilo. In ogni caso la musica di Lehar rimane ineguagliata e travolgente e – come disse J. Strauss – una vera e propria musica mattutina, fresca come rugiada !

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Lo spettacolo di Landi è divertente, come hanno dimostrato gli entusiasti spettatori, e sa coinvolgere il pubblico, grazie alle belle e raffinate scene di Ivan Stefanutti, che riproducono gli ambienti voluti da Lehar con scenografica grandiosità e bellezza nella pura tradizione, non esente da quel po’ di kitsch che non guasta mai nell’operetta! L’idea che Landi esprime – molto all’italiana – è l’adulterio che coinvolge tutti gli altri personaggi, a cui si allude continuamente pressoché in tutti i dialoghi, ma senza forzature o volgarità. Anzi, diventa il veicolo di comicità di una esilarante Marisa Laurito, attrice e show girl napoletana, che mettendo tutta in luce la sua verve artistica e comica che le proviene anche dalla sua città natale, crea un Njegus, o meglio una signorina Njegus, di una comicità travolgente e partenopea. Il cambio di sesso del personaggio comico per eccellenza de La vedova allegra, non è per nulla una forzatura, anche perché la Laurito ha conquistato la platea, con applausi scroscianti e risate. Indubbiamente ha trasformato l’operetta viennese e la finta Parigi di Lehar, in una commedia un po’ troppo napoletana e la sua abituale irruenza comica non sempre ha alleggerito lo spettacolo, ma il pubblico ha gradito forse più questo che la splendida musica del compositore ungherese.

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Tornando alla regia di Landi, non si può non notare come abbia sottolineato in modo egregio sì la dimensione comica, ma anche quella romantica, non mancando però di calcare troppo sulla vena dell’avanspettacolo, che ha rischiato di appesantire enormemente lo spettacolo. Anche le danze, eseguite dal corpo di ballo dell’Arena, pur belle e pienamente in linea, hanno contribuito ad ammassare troppa roba, come l’inserimento, nel terzo atto, di una parte del balletto Gaité Parisienne di J. Offenbach e M. Roshental. I ballerini sono molto bravi e attraggono l’attenzione con passi mozzafiato e acrobatici, ma anche queste scelte coreografiche, sicuramente spettacolari, ridimensionano fortemente lo spirito sognante della Mitteleuropea che proprio le danze dovrebbero contribuire a restituirci. Certamente La vedova allegra di Landi finisce soffocata da tutto il contorno, ma non si può dire che il regista non abbia prodotto qualcosa di popolare che ha saputo divertire un pubblico, forse poco abituato ad andare a teatro, ma che ha grandemente apprezzato tutto, come fosse davanti alla televisione di casa propria…

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A suo agio il maestro Roberto Gianola, alla guida dell’Orchestra dell’Arena. Spigliato nelle pagine liriche, ha dato una direzione elegante e vivace.

Più che discreta il soprano moldavo Natalia Roman in Hanna Glawari. Buona presenza scenica, voce pulita dal registro scuro, capace di buoni e sicuri acuti. Sicuramente un migliore perfezionamento renderà il personaggio all’altezza del ruolo.

Garbato il Conte Danilo del baritono austriaco Markus Werba. Bella presenza scenica, bella voce baritonale sonora ed estesa; riesce ad entrare pienamente nel personaggio, con spigliatezza e simpatia.

Lavinia Bini è stata una frizzante e spigliata Valenciennes, intonata ed armonica e dalla buona tecnica.

Con loro una compagnia di cantanti piuttosto valida, dalla quale ricordiamo Anicio Zorzi Giustiniani, che si districa abilmente in Camille De Rossillon, anche se la voce deve maturare ancora, e Francesco Verna nel Barone Zeta, dalla buona voce e dalla comicità innata.

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Una menzione particolare al bravissimo coro dell’Arena di Verona, magistralmente preparato dal maestro Armando Tasso.

Successo già descritto con applausi, risate, battimani ritmati al can-can di Offenbach, euforia generale e apprezzamento totale.

Il Conte Danilo Danilowitch Markus Werba
Hanna Glawari Natalia Roman
Il Barone Mirko Zeta Francesco Verna
Valencienne Lavinia Bini
Camille De Rossillon Anicio Zorzi Giustiniani
Il Visconte Cascada Dario Giorgelè
Roul De St. Brioche Francesco Pittari
Bogdanowitch Andrea Vincenzo Bonsignore
Sylviane Francesca Martini
Kromow Nicolo’ Ceriani
Olga Elena Serra
Pritschitch Romano Dal Zovo
Praskowia Alice Marini
Njegus Marisa Laurito

Direttore Roberto Gianola
Maestro del coro Armando Tasso
Regia e coreografia Gino Landi
Scene Ivan Stefanutti
Costumi William Orlandi

Direttore del corpo di ballo Renato Zanella

Orchestra, Coro e Corpo di Ballo dell’Arena di Verona

Allestimento Fondazione Arena di Verona

Mirko Bertolini