Necrologio di Magda Olivero

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Con la discrezione che ne ha caratterizzato l’esistenza, Magda Olivero ci ha lasciato uscendo in punta di piedi da questa valle di lacrime appena due giorni fa. Le esequie si terranno giovedì 11 settembre alle ore 14.30 nella Chiesa milanese di Santa Francesca Romana. Cittadina onoraria, intuibilmente vi parteciperà una numerosa folla di amici, più che di curiosi come capita sovente quando muore un personaggio famoso. Perchè la Signora, a differenza di tante altre, non è mai stata oggetto, nè mai si è prestata, al gossip, al pettegolezzo, oggi tanto di moda da rendere attualissimo l’aforisma di Oscar Wilde: “l’importante è che se ne sparli”.

Entrata in vita, di diritto per indiscutibili meriti, nel Mito e nella Storia dell’opera per la straordinaria carriera e per la longevità vocale, oltre che fisica, Magda Olivero è stata per molti versi “l’antidiva”, ma in ciò assolutamente “divina”, in quanto seppe gestire con signorilità, professionalità, tenacia e forza d’altri tempi -passando per ben due terribili guerre mondiali- un secolo che la vide protagonista assoluta, per oltre 50 anni di carriera defilata seppur trionfante, della scena lirica.

Debuttò a 22 anni nel 1932, non senza un percorso di studi travagliato, quando dovette reimpostare completamente la sua poi prodigiosa tecnica vocale. La prima audizione all‘EIAR, raccontava lei stessa, fu un disastro: “Mi dissero che, essendo giovane e carina, dovevo rinunciare alla carriera e pensare al matrimonio. Fortunatamente mi ascoltò il Maestro Gerussi, che intuendo le mie potenzialità, credette in me e mi costrinse allo studio”.

Fu la sua e la nostra fortuna.

Da quel dì, e per una decina d’anni, fu presente nelle principali scene italiane, specializzandosi in quello che allora era repertorio contemporaneo, il Verismo di cui rimane interprete di assoluto riferimento, per la scansione della parola cantata, per l’aderenza musicale perfetta e per un temperamento che sin dagli inzii si dimostrò eccezionale. Quindi il matrimonio, che coincise col periodo bellico e il ritiro dalle scene con il desiderio, infine frustrato, di essere oltre che sposa, madre. L’unione con uno dei maggiori industriali italiani, il signor Bosch, le avrebbe garantito comunque una vita serena ed agiatissima, non fosse che cedette alle suppliche del Maestro Cilea. Il quale, nel 1951, identificandola come l’interprete ideale della sua Adriana Lecouvreur, la convinse a riprendere l’attività artistica. Fu una seconda carriera ricca di successi e praticamente senza fine, giacchè l’ultima esibizione in pubblico risale a pochi anni fa -Lei compiuti i novantanove!- con il canto di una lunga frase dall’opera Francesca da Rimini di Zandonai: “Paolo datemi pace”, tenuta ancora e sempre con un’emissione ferma, esemplare, incredibile.

Magda Contessa

Il “segreto”, come spiegava nelle sue numerose e frequenti Master Class che tenne lasciata ufficialmente la scena, sta tutto nella respirazione, nell’amministrare e dosare il fiato, nel sostegno diaframmatico. Tutte azioni che la Olivero gestiva con una sicurezza sbalorditiva e che le permisero sia una dinamica senza paragoni nel poter prendere le note in “pianissimo”, quasi con un alito, per poi rinforzarle e sfumarle a suo piacimento, sia nel legato perfetto, che nella salita all’acuto senza avvertire nè lo sforzo nè il salto tra i diversi registri. Certo, la sua voce in natura di soprano lirico leggero non fu mai “bella”. A molti infastidì il vibrato stretto che ne costituì, piuttosto, la personale firma, ma l’uso che ne fece ai fini di un canto mai compiaciuto, sempre aderente alla volontà dell’Autore, anche nei titoli squisitamente belcantistici che pure affrontò -interprete di riferimento di Violetta Valery, ne La traviata di Verdi e di Medea di Cherubini- rimane unico, insuperato ad esempio per le nuove generazioni e le permise di abbordare con risultati impensabili anche il repertorio drammatico, dove mise in luce delle qualità di attrice carismatica.

Cantò alla Scala anche dopo il rientro in carriera: la si ricorda in Marcella di Giordano, Mimì ne La bohéme, Adriana Lecouvreur, Francesca da Rimini e negli anni Settanta dello scorso secolo, incredibile Kostelnika, a fianco di Grace Bumbry, in Jenufa di Janacek, certamente cantata in italiano. Avrebbe potuto essere più presente sulle scene del massimo teatro, visto che, nata a Saluzzo in Piemonte, si era trasferita da tempo a Milano. Anche in questo dimostrò la sua superiorità, mantenendosi fuori dalle beghe perverse delle agenzie e nel contempo la partigianeria delle direzioni artistiche, preferendo di gran lunga la “dorata” (in quei beati tempi) provincia, dove regnò incontrastata e sempre con la distinzione e la serietà che avrebbe dispensato in un grande teatro. Diva tra le dive in un’epoca in cui circolavano i più bei nomi, del divismo potè farne a meno. Pagò lo scotto di non vedere documentata la sua Arte ufficialmente, snobbata dalle case discografiche. Pur dopo l’esordio con la pubblicazione della prima Turandot incisa, registrata per la radio a fianco di Gina Gigna e Francesco Merli nel lontano 1939, la Decca incise Fedora ed una selezione della Francesca da Rimini che, per inciso, la Callas si rifiutò sempre di cantare in teatro assieme all’Adriana Lecouvreur, ritenendole “opere della Olivero”, la discografia ufficiale si arresta con pochi e giovanili recitals pubblicati dalla Cetra.

Fu però la “regina” delle registrazioni Live, che ora ne testimoniano la classe, lo stile -in una parola: l’Arte- senza trucco e senza inganno. Non vi fu occasione benefica, inaugurazione di chiesa o anche solo di un organo -per esempio quello del francescano Rosetum a Milano- alla quale ella si sottrasse, disponibile sempre con generoso slancio. La Signora, diciamola tutta, se lo poteva permettere.

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Fu anche colei che debuttò trionfalmente al teatro Metropolitan di New York con Tosca compiuti i sessantacinque anni di età, quando normalmente le sue colleghe ritirano premi e distribuiscono consigli, come è stato opportunamente scritto in altro sito. Tra le tante, una registrazione video dal vivo, ripresa al Salone del Consiglio dei Cento del Municipio di Barcellona in occasione dell’apertura del Concorso Francisco Viñas nel 1993, dove fu in giuria assieme tra gli altri a Fedora Barbieri e Gianni Raimondi, documenta su You Tube la incredibile e strepitosa forma vocale della Olivero con una sensazionale esecuzione del suo cavallo di battaglia: “Io son l’umile ancella” dall’Adriana Lecouvreur.

Si spendano due parole, infine, per rendere un sentito grazie a chi le fu vicino negli ultimi anni: il tenore, e ammiratore, Matteo Zambito (sostenuto dagli amici carissimi Vincenzo Puma e la di lui consorte Katia) che la assistette, le fece compagnia con amorosa e filiale cura. Quel figlio che natura le negò, lo ritrovò in questo ragazzo dolce e sensibile, modesto e fedele, con uno scambio d’amore reciproco che, purtroppo e spesso, non si ha tra figli e genitori. Fu lui che l’accompagnò nell’ultima vacanza ad Arenzano, durante la scorsa estate in un istituto di religiose da Lei prediletto sulla riviera ligure. Là il 20 agosto la colpì un ictus alla parte destra del cranio. Cosciente e presente fino alla fine, seppure esprimendosi a gesti e con lo sguardo riconoscente, si è spenta serenamente e senza sofferenza, accarezzata e mano nella mano di Matteo, all’Istituto Auxologico milanese verso le 15 di lunedì 8 settembre.

Riposi in pace, cara Signora. La sua immagine, la sua voce, la sua Arte, da tempo sono immortali.

 

Horacio Castiglione