Simon Boccanegra. Verdi. Modena

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Modena, Teatro Comunale “Luciano Pavarotti”

La produzione di Simon Boccanegra passerà negli annali del teatro come una delle serate più roventi, al calor bianco, per la presenza di un cast che i primari teatri, e non solo italiani, si leccherebbero i baffi per poter allineare in una serata inaugurale o di gala. Il merito va riconosciuto ad una delle rare Signore che si occupano della direzione artistica del teatro. In Italia, in generale, attività lasciata in mano -e non sempre con risultati esaltanti- agli uomini: Cristina Ferrari. Si deve infatti a lei, direttrice artistica del vicino Teatro Municipale di Piacenza, dove l’opera è andata in “prima” per tre recite, compresa la prova “generale” aperta al pubblico come “anteprima“, la produzione che di “nuovo”, a ben vedere, ha assai poco poichè in tempi di crisi bisogna saper gestire con parsimonia ed oculatezza il capitale, in questo caso un gruzzoletto, a disposizione.

La scena, bellissima, è stata importata da un altro teatro che in Italia si distingue per il coraggio ed il buon esito delle sue esecuzioni, il Verdi di Salerno. Il pittore, più che scenografo, novello Michelangelo dell’opera, Alfredo Troisi ha ricreato la Genova che tutti immaginiamo. Storicamente immersa nel medioevo con bifore e colonne in cui dominano i colori dei marmi bianchi e neri a strisce orizzontali. Una scena unica, ma mobile, che con abili movimenti anche a vista, ricrea mirabilmente gli ambienti in rapida successione. Domina il fondale la proiezione del mare, elemento pregnante ed evocato in tutta l’opera, sia nel testo che, soprattutto, nella tinta preziosamente scura e triste, ma fortemente nostalgica, della musica. I costumi, della Sartoria Teatrale Arrigo di Milano, sono stati scelti con cura, badando ovviamente al cromatismo che, oltre a rendere individuabili gli interpreti ed il coro (questo nella divisione di patrizi e popolani), dà il tocco essenziale per rendere vivace la scena.

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Lode alla regia “tradizionale”, nel senso che si rifà alle “Disposizioni sceniche” volute dagli autori (Boito e Verdi, trattandosi della revisione del 1881) e che si riappropria, così, di quella specificità tutta italiana, di cui dobbiamo difendere la sopravvivenza ed esserne orgogliosi, che vuole l’opera fedele anche nei dettagli alla drammaturgia originale. Riccardo Canessa qui si distingue per l’eleganza e compostezza delle soluzioni registiche, che ad alcuni potranno sembrare forse un po’ statiche, ma che costituiscono dei quadri meravigliosi, specie nei grandi concertati dove le entrate, la disposizione del coro, i singoli interventi dei solisti, sono calibrati al millimetro con il dovuto rispetto alle esigenze del canto, alla necessità che il suono arrivi sempre proiettato in avanti e, grazie al cielo, senza bizzarrie che in un affresco storico, ma dominato dai contrasti politici e dalla tremenda vicenda umana che porta al finale tragico, sarebbero solo cadute di tono e di pessimo gusto.

Se lo spettacolo è piaciuto e tanto, autentico furore hanno scatenato i cantanti in scena. “Sia caso o fortuna, sia treccia bionda o bruna” parafrasando la pucciniana Tosca, quella di Cristina Ferrari è una bruna chioma fluente, vaporosa: novella “Sanson” della lirica! Battute a parte, grazie indubbiamente alla conoscenza profonda che possiede e dell’opera e dell’ambiente musicale, è riuscita ad assemblare un’equipe che costituisce un mirabile mix tra veterani cantanti in carriera e giovani promesse.

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Iniziamo proprio con l’elenco di queste ultime. Ernesto Petti, capitano dei balestrieri ed araldo, è un bel giovanotto (lo si è visto esibire i pettorali recentemente in Scala, nei panni di un Boy-Toy in casa di Flora, nella recente Traviata per la regia di Tchernikov) di ancor più belle speranze: ha abbandonato l’iniziale corda tenorile per identificarsi in quella, a lui più comoda, baritonale e ci si aspetta da lui un buon lavoro e belle cose. In bocca al lupo. Più che brava, deliziosa nel breve intervento l’ancella intonata da Federica Vitali, molto carina pure lei e notevole per timbro e precisione musicale il Pietro del basso koreano Simon Lim.

Di notevole presenza e voce rimarchevole il giovanissimo baritono, poco più che ventenne, Alexey Bogdanchikov nel ruolo di Paolo. Ruolo a cui Verdi teneva tantissimo e che nella orditura drammatica dell’opera, specie nella versione Boito, anticipa chiaramente il modello, poi più rifinito, dello Jago nell’Otello. Quindi ci vuole, oltre che il vocalista, l’interprete e lo abbiamo decisamente avuto. Tanto nell’intervento del prologo, quanto nella scena del Gran Consiglio, ma soprattutto in apertura del terzo atto, laddove espone il piano di congiura contro il Doge. Anche in questo caso è lecito aspettarsi una bella carriera e va tenuto assolutamente d’occhio.

Una sorpresa, per molti, l’Amelia/Maria della bellissima e avvenente Davinia Rodriguez, soprano di Las Palmas di Gran Canaria, ma ormai italiana per matrimonio con il M° Riccardo Frizza. Personalmente la ricordavo, ancor giovanissima, quale soprano lirico leggero per esempio, notevole Micaela in un’edizione di Carmen ascoltata a Cremona nel circuito As.Li.Co. e diretta, appunto, dal marito. Con la gravidanza e la nascita della piccola Sofia, ci confida l’interessata, c’è stato un vero e proprio cambio della voce. Lei stessa, dopo che Raina Kabaivanska glielo aveva già suggerito notando il cambio del colore e la consistenza del suono, con alacre studio e con determinazione ha proceduto al cambio ed ora, dopo una recente prova sostenuta con successo al fianco dell’inossidabile Placido Domingo ne I due Foscari, ci troviamo di fronte ad un lirico pieno, con tendenza al repertorio spinto. La voce ha guadagnato in armonici, mantenendo però la duttilità e facilità nell’acuto preso di forza con una proiezione di suono che, per chi ha memoria, ricorda quello della nostra Orianna Santunione o della compianta, e ricordata come esempio più unico che raro, Angeles Gulin. Volume che non vuol dire, però, cantare senza rispetto delle dinamiche e dei segni d’espressione. La Rodriguez ha una tavolozza completa di colori, sia nelle mezze voci tenute con aerea dolcezza, che negli incisivi momenti in cui, specie nel canto di conversazione che in quest’opera assurge in anticipo sui tempi a livelli determinanti nell’evolversi della vicenda, esibisce un fraseggio curato e vivace. Piena di fascino e musicalmente perfetta l’insidiosa entrata “Come in quest’ora bruna”, commovente nel “duettone” del riconoscimento col padre, innamorata e trepida nei confronti del irruente Adorno. Ottima esecuzione e in attesa di un’evoluzione, comprensibile ed auspicabile, anche in questo caso un bell’acquisto per la scena lirica internazionale.

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Chi non finirà mai di stupire, per la bellezza del timbro e della incisività del canto, è il tenore Fabio Sartori. Fisico da ex giocatore di rugby, qual’è stato, e quindi in controtendenza con la moda attuale che li vuole bellocci ed azzimati, dove si è arrivati a leggere -in certe sciagurate recensioni- che per compiacere all’occhio (del regista, ben inteso) bisognerà sacrificare il canto in favore della figura. Che poi Sartori, avendo un fisico da sportivo, gestisce la scena disinvoltamente e senza problemi nonostante sia massiccio. Ma in quel torace, ampio e possente, sostenuto da un diaframma che deve essere -occhio e croce- come quello della Caballé, sembra che celi “dieci tenori”. La battuta non è di chi firma, ma è stata rubata ad Adriana Anelli, moglie di Leo Nucci ed ex soprano dalla fulgida carriera, la quale in quanto a riconoscere le voci non è seconda a nessuno. Questo Adorno, veemente e squillante, ma cantato con dovizia di mezze voci e sfumature, ha letteralmente fatto crollare il teatro dopo la celebre aria “Cielo pietoso rendila”. Per aggiungere una ciliegina sulla torta, in combutta con il soprano, ha deciso di chiudere la stretta del terzetto successivo, coronando la cadenza con un Do di petto -ovviamente non scritto- che molti Manrico vorrebbero esibire nell’Allarmi che segue la “pira”. E bravo Fabio!

Carlo Colombara era Fiesco: ed è stato uno scontro di titani con l’immenso Nucci. Valga come lode smisurata, che ne ha retto con autorità il confronto diretto in entrambi i due meravigliosi duetti che Verdi ha concepito per queste due voci gravi guardando, pure in questo caso, in avanti verso il Don Carlo. Forma smagliante, voce emessa a regola d‘arte con un dominio totale in tutta la gamma, di una bellezza che rasenta il voluttuoso per il velluto che la ricopre e per la timbratura che non si perde nemmeno negli abissi delle note più gravi. Si sommi un’interpretazione, che specie nella scena finale, riesce a essere commovente e riscatta, complice Verdi, una parte che si staglia con monolitica severità. Se dopo la celeberrima aria del prologo “Il lacerato spirto” l’azione s’è fermata per il prolungato applauso, non si può descrivere cosa sia successo quando Colombara si è presentato alle uscite singole alla ribalta. Visibilmente commosso dal trionfo, meritatissimo, sembrava quasi incredulo, ma non è facile sentire tutti i giorni un Fiesco di tale bravura.

Di Leo Nucci, il “Leo Nazionale”, si sono esauriti da tempo i superlativi. Chi firma lo segue dagli inizi di una carriera che passerà alla storia, non solo per l’incombustibile durata, ma per l’oculatezza, intelligenza e, diciamola tutta, sacrificio che è costata. Perchè a Leo, preme sottolinearlo, nessuno ha mai regalato nulla, anche se gli si sono presentate occasioni, nell’arco di ormai più di cinquanta anni, che oggi sarebbe difficile ipotizzare per la grandezza dei colleghi e direttori che lo hanno accompagnato, sostenuto e creduto in lui. Non si fa l’elenco perchè non basterebbero… tutte l’intero sito!

Leo, ora come ora, risulta impagabile specie in questi ruoli in cui ci vuole l’interprete maturo, ma con una voce fresca, estesa e, come nel suo caso, insultantemente giovanile. Il bello di questo Artista è che non è mai eguale a sè stesso: ogni recita si diverte -perchè il dominio della parte e la tecnica vocale glielo consentono- a rinnovarsi, a cambiare qualcosa, ad aggiungere un’intenzione, anche scenica. Siamo davanti ad un attore di statura enorme, oltre che di un eccelso cantante. Il suo Simone (o meglio il “Simonucci” neologismo che fa il paio con “Rigoleo”) non solo non teme confronti, ma rimane stagliato nella memoria e ogni recita risulta una vera classe magistrale. Non più parole, che qui sprechiamo la luce del sole, come canta Alice nel Falstaff. Caro Leo, grazie di esistere.

Al comun tripudio si sono aggiunti il M° del coro, questo bravissimo in tutti i settori, Corrado Casati ed il direttore d’orchestra Francesco Ivan Ciampa, altro elemento da seguire con attenzione. Ai suoi ordini si è fatta valere l’orchestra Regionale dell’Emilia Romagna che ha suonato, alla quinta recita, ancor meglio che nelle pur ottime recite precedenti. Ciampa va ammirato per il polso sicuro e la dovizia di colori che ha saputo far sorgere dal golfo mistico, nel rispetto sempre delle voci in palcoscenico, con una notevole pulizia degli attacchi e precisione negli ingressi, cogliendo in pieno la famosa “tinta” notturna e a tratti anche misteriosa. In generale va sottolineato l’amore e l’affiatamento che ha coinvolto tutti con entusiasmo nella produzione: dall’ultimo macchinista, passando per il trucco parrucco, alle sarte ed ai restanti fautori dello spettacolo, legati da un comune intento, dalla coscienza di star difendendo a denti stretti e contro vento la nostra più bella tradizione, la nostra anima nazionale quella che a dispetto della politica e delle discriminazioni, ci unisce ora come ai tempi del Risorgimento quando sui muri si scriveva “Viva V.E.R.D.I.!”.

E quindi, allora come adesso, orgogliosi di questo sentimento, non ci faremo rubare o travisare nella nostra identità: Viva Verdi e Viva l’Italia.

SIMON BOCCANEGRA

Simon Boccanegra Leo Nucci
Maria Boccanegra Davinia Rodriguez
Jacopo Fiesco Carlo Colombara
Gabriele Adorno Fabio Sartori
Paolo Albiani Alexey Bogdanchikov
Pietro Simon Lim
Un capitano dei balestrieri Ernesto Petti
Un’ancella di Amelia Federica Vitali

Direttore Francesco Ivan Ciampa
Regia e luci Riccardo Canessa
Scene e costumi Alfredo Troisi
Maestro del coro Corrado Casati

Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna
Coro del Teatro Municipale di Piacenza

Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza
Fondazione Teatro Comunale di Modena
Nuovo allestimento del Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno

Horacio Castiglione