Tosca. Puccini. Reggio Emilia

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Teatro Valli di Reggio Emilia, 14 marzo 2014

Tosca, Opera in tre atti di Giacomo Puccini

Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica dal dramma omonimo di Victorien Sardou

E’ andata in scena a Reggio Emilia la Tosca di Giacomo Puccini, dopo 10 anni d’assenza, tornando, come si suol dire “in grande stile”. Tra i titoli pucciniani allestiti in questo teatro, Tosca si trova al terzo posto (dopo La bohème e Madama Butterfly), raggiungendo, con l’attuale, gli 11 allestimenti.

L’opera in tre atti di Giacomo Puccini su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica andò in scena il 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma e riprendeva le vicende del dramma storico La Tosca di Victorien Sardou, reso celebre dall’interpretazione che ne diede l’allora famosissima diva Sarah Bernhardt.

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Questo allestimento è diretto da Gianni Marras, diversamente da quanto previsto inizialmente (causa uno sforzo finanziario minore), adattando la messinscena che fece per il Comunale di Bologna, nel novembre del 1999, Alberto Fassini, regista d’opera già allievo di Luchino Visconti, scomparso nel 2005, e con i costumi di William Orlandi, adattati da Paola Crespi.

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Il lavoro registico di Alberto Fassini ambientava la vicenda in uno spazio che, mantenendo tutti gli elementi indispensabili del libretto (la statua della Madonna, il quadro della Maddalena, la porta nascosta che suggerisce immediatamente l’atmosfera cupa di Palazzo Farnese, l’angelo di Castel Sant’Angelo che diventa quasi una spada di Damocle), non risultando mai banale e scontato, e rispettando rigorosamente la drammaturgia pucciniana. Il grigio della scalinata e delle gigantografie delle statue e delle pale di altare, che incombono sulla scena riempiendo per gran parte lo spazio, vengono illuminati da pochi schizzi di colore: l’abito blu della protagonista del primo atto, le tunichette rosse del coro di voci bianche, i paramenti sacri della processione, che si mostra in secondo piano, in netto contrasto con i cupi membri del coro, religiosi e nobili in abito nero, e con il perfido barone. “Basandomi sull’idea originale di Fassini – così Gianni Marras spiega la sua regia, su libero adattamento dell’originale – che puntava non solo sul bianco e nero della scena ma anche suoi contrasti emotivi dei personaggi, ho voluto sottolineare con maggior evidenza lo spessore teatrale che c’è nel teatro e nella drammaturgia di Giacomo Puccini”.

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A Guidare l’Orchestra e il Coro del Teatro Comunale di Bologna troviamo il giovane direttore Jader Bignamini. Recente e molto apprezzato è stato il suo debutto a Parma ad inaugurazione del Festival Verdi 2013 con la direzione del Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi. Lo ritroviamo sul podio dell’orchestra nella quale lavorò per anni come clarinettista, oggi arricchito da una forte esperienza professionale all’interno dell’Orchestra Sinfonica La Verdi di Milano, scelto da Riccardo Chailly come strumentista per poi essere nominato Direttore assistente e Direttore associato. Nonostante la giovane età si è già fatto apprezzare per il forte carisma e la personalità dirompente, che l’hanno portato in breve tempo a dirigere le più importanti orchestre italiane. La sua prova è eccellente. Il dominio tecnico, gli fa estrarre dall’orchestra e dal coro colori, fraseggi, controcanti, ogni sfumatura nascosta e celata nella partitura di quest’opera, che spesso viene affrontata con troppa leggerezza.

E non è semplice talento pratico nel gestire effetti e tempi drammatici; la sua è una direzione molto teatrale, che svela una visione molto profonda, da musicista abile e intelligente che sa perfettamente come realizzare la visione drammaturgica dell’autore, rispettando stile e spirito della partitura con un gesto preciso e volitivo, sensibile e rigoroso. Rispettando il canto, che non risulta mai soverchiato, lo esalta curando minuziosamente e con straordinaria cura un disegno musicale perfettamente controllato, sempre a servizio dell’azione scenica. Il suo primo atto conosce la leggerezza dei momenti di commedia, ma senza calcare la mano sulla caricatura del sagrestano, sulle bizze gelose di Tosca o sulle monellerie dei cantori, bensì giocando di cesello sui colori, sui rubati, sui pesi, in modo da far risaltare ancor più – e senza dover ricorrere a effetti esteriori – l’attesa e infine l’ingresso di Scarpia. O, ancora, cogliendo una tensione severa, tagliente, in un crescendo davvero agghiacciante per un Te Deum fra i più impressionanti mai ascoltati, in tutta la sua tagliente monumentalità resa perfettamente da un coro che sprigiona timbriche che impietriscono.

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I solisti, scelti tra i tre cast originari della messinscena di Bologna, hanno fatto una buona prova, rassicurati certamente da una direzione e da un sostegno orchestrale di rara qualità. Massimiliano Pisapia nel ruolo di Mario Cavaradossi parte un po’ sotto tono, mostrando povertà di timbro nella zona di passaggio e abusando delle mezzevoci che gli impediscono di far risaltare le finezze della scrittura pucciniana. Si riprende poi, mostrando una voce generosa e sonora, italianissima, dal facile squillo e acuti solidi, anche se per tutta la recita rimane purtroppo carente di passionalità. Angelo Veccia ha invece tutto quello che serve per il suo ruolo: la nobiltà, la libidine, la violenza, l’insinuazione, la galanteria, il sadismo, la sottigliezza che, miscelati in dosi diverse a seconda della personalità dell’interprete, sono ingredienti imprescindibili per ogni Scarpia. La voce baritonale, schietta e robusta, è adattissima al ruolo e il ritratto che ne esce, di un barone tutto d’un pezzo, implacabile, spietato e autorevole, mostra chiaramente l’impegno dell’artista nella resa del personaggio e nel suo studio più profondo. Assolutamente di rilievo la Floria Tosca di Ainhoa Arteta. Alla cantante non manca nulla: lo smalto, il volume e la grinta, oltre che la bella presenza e una gestualità naturalissima. Ciò che regala è un’interpretazione esemplare per drammaticità, giusto colore e spessore. Con una resa sicura e consapevole della diva romana, e un uso sapiente di una voce dotata per corpo e proiezione sia nel cantato che nel parlato, il soprano basco incanta il pubblico, e quello che si percepisce è molto più di una buona performance perché la Arteta è così dentro al suo personaggio da mostrarne con un’intensità da manuale ogni sfaccettatura, le sue passioni, le sue debolezze.

I comprimari sono tutti efficaci: l’Angelotti di Alessandro Svab, partecipe e intenso, l’impacciato ma mai ridicolo sagrestano di Alessandro Busi, lo Spoletta squillante di Cristiano Olivieri, stilizzato e puntiglioso, lo Sciarrone rigoroso e umano di Luca Gallo, granitico in superficie ma capace di sfumature accorate, e il Pastore di Valentina Pucci, tanto educata nel canto quanto spontanea nell’espressione.

Davvero lodevole infine la prova del coro, sia gli adulti, preparati da Andrea Faidutti, sia i fanciulli, guidati da Alhambra Superchi.

Floria Tosca                         Ainhoa Arteta
Mario Cavaradossi              Massimiliano Pisapia
Barone Scarpia                    Angelo Veccia
Cesare Angelotti                  Alessandro Svab
Sagrestano                            Alessandro Busi  
Spoletta                                 Cristiano Olivieri
Sciarrone                              Luca Gallo
Carceriere                             Michele Castagnaro
Pastorello                             Valentina Pucci

direttore                                Jader Bignamini
regia                                      Gianni Marras
libero adattamento dalla regia originale di Alberto Fassini
luci                                        Guido Levi
ripresa luci                           Andrea Oliva
ripresa costumi                    Paola Crespi
assistente alla regia             Francesco Rescio
maestro del Coro                 Andrea Faidutti
maestro del Coro Voci Bianche Alhambra Superchi

Orchestra e  Coro del Teatro Comunale di Bologna

Coro di Voci Bianche del Teatro Comunale di Bologna

Scuola di Teatro Alessandra Galante Garrone

Allestimento Fondazione Teatro Comunale di Bologna  

produzione della Fondazione Teatro Comunale di Bologna  in collaborazione coproduttiva con la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia

Marco Guidorizzia