La Bohème a Napoli: i quattro scapestrati bohémiens diventano adulti

La Bohème a Napoli:
La Bohème a Napoli

Questa Bohème al Teatro San Carlo di Napoli per molti versi non si allontana dalla tradizionale idea che si ha del capolavoro di Puccini: una delle ragioni per cui è forse la più amata (e rappresentata) opera mai scritta, è il senso definitivo che dà al termine ‘bohémien’, che resterà sempre collegato all’immagine dei giovani artisti squattrinati che vivono in una gelida soffitta a Parigi. E questa è ancora l’immagine che ci rimane al termine di questa messa in scena, nonostante il regista Francesco Saponara, abbia adottato come chiave di lettura la denuncia sociale, non condivisibile ma sviluppata coerentemente fino in fondo.

C’erano alcuni aspetti moto riusciti, come l’atmosfera di cameratismo e complicità che si poteva percepire tra i protagonisti, e che ha improntato di sé molti momenti, fino alla loro reazione commossa alla morte di Mimi; tuttavia, è apparsa alquanto eccentrica l’idea di far portare via la salma di Mimì da quattro sconosciuti in lutto, in una sorta di funerale del popolo, una soluzione che, al di là della congruità o meno dell’azione, ha diluito gli effetti del dispositivo drammatico che tipicamente chiude un’opera di Puccini: una cadenza musicale tragica mentre tutti restano immobili in scena in un “fermo immagine” finale.

Il regista ha reinterpretato la filosofia artistico-esistenziale dei giovani bohémiens, facendola apparire una protesta protosocialista, mentre i personaggi del dramma non sono proletari ma figli della borghesia (chi altro nel 1830 poteva studiare lettere, musica, filosofia, pittura, se non borghesi benestanti?) ai cui agi essi hanno rinunciato non per motivi “ideologici”, ma per il tempo di qualche bevuta e di avventure galanti, una scelta solo temporanea di povertà felice, con tutta la libertà e piaceri della vita goliardica.

Ed infatti, nei primi due atti, in realtà non sono che adolescenti allegri e scapestrati che si fanno scherzi tra loro e prendono in giro il padrone di casa per non pagare il fitto. È nel momento in cui Mimì entra nella soffitta, che l’ombra di età adulta inizia ad aleggiare sulle loro vite, e di questo prenderanno coscienza nelle scene finali.

Invece, il regista sembra prendere la loro povertà come pretesto per una denuncia sociale. Così, i costumi (di Lino Fiorito, come le scene) sono da veri mendicanti, non abiti borghesi lisi, la gente che affolla Montmartre nel secondo quadro è composta da proletari ed il Café Momus è una taverna popolare senza pretese, invece di un ritrovo per bella gente, dove si pasteggia ad aragosta (il ricco Alcindoro vi avrebbe portato Musetta, altrimenti?). Ma alla fine, si raggiunge il cuore del dramma: con la morte di Mimì, i quattro entrano consapevolmente nella maggiore età, chiamati dalla vita reale ad essere adulti e responsabili.

La Bohème a Napoli
La Bohème a Napoli

In ogni caso, è impossibile non apprezzare qualunque performance de La bohème: l’opera di Puccini è un meccanismo emozionale costruito tanto perfettamente da commuovere in ogni caso, e può tollerare quasi ogni possibile idea di messa in scena, continuando a versare lirismo anche nelle orecchie più sorde.

Il cast vocale è stato di ottimo livello, con il soprano del secondo cast Olga Busuioc nella parte di Mimì, che ha cantato con passione e buona tecnica, un fraseggio delicato e un intenso registro medio. Ha mostrato un bel senso della melodia, e la piena consapevolezza degli elementi più melodrammatici della vita interiore del personaggio. Tutti i grandi momenti sono stati molto finemente resi e ben integrati nel dramma.

È stata accompagnata da una prestazione nel complesso positiva di Francesco Demuro, che, come Rodolfo ha mostrato ottima presenza scenica, un suono chiaro e un’ottima dizione, anche se in alcuni passaggi drammatici la sua voce, più da tenore leggero, non sembrava così sicura, soprattutto nel registro acuto. Il duetto nel terzo atto è stato uno dei momenti migliori dell’opera, intenso e commovente, ben intrecciato con l’acceso dialogo tra Musetta e Marcello.

Musetta è stata ben cantata e recitata da Ellie Dehn, la cui «Quando me’n vo», di buona fattura, in un luogo meno affollato della scena del secondo atto, sarebbe probabilmente risaltata meglio.

Alessandro Luongo ha cantato Marcello molto bene, con voce ferma e forte presenza emozionale, con voce sicura un’interpretazione passionale.

Gli altri ruoli sono stati ben interpretati. Matteo Ferrara ha cantato con professionalità i ruoli di Benoit e Alcindoro. Giulio Mastrototaro, con la sua corposa voce baritonale, è stato un ottimo Schaunard.

Andrea Concetti è stato un solido Colline: se anche l’aria «Vecchia Zimarra», cantata splendidamente, rimane uno dei dilemmi di quest’opera, se si tratti di autocompatimento o autoironia, la compassione e la delicatezza con cui Concetti ha cantato suggerivano un Colline sinceramente commosso.

Di grande professionalità la prova dell’orchestra e del coro, che hanno diligentemente seguito le indicazioni del giovane direttore Valerio Galli, che esordiva al San Carlo.

Lorenzo Fiorito