L’Aida de La Fura del Baus torna all’Arena di Verona

128
L’Aida de La Fura del Baus
L’Aida de La Fura del Baus

Lo spazio areniano impone una spettacolarità che, come diretta conseguenza, sposa una popolarità che, nata in un momento in cui il melodramma godeva di ben altra fortuna rispetto ad ora, ancora oggi diventa motore principale per ogni allestimento e, fatto salvo che una ‘piéce’ in arena non debba vivere solo su questo, sarebbe scorretto sostenere che in questo enorme spazio l’allestimento non giochi un ruolo fondamentale.

In questa chiave tuttavia le letture possibili sono molte e quella presentata anni fa, in occasione delle celebrazioni per il centenario del 2013, con l’allestimento di «Aida» da parte di Carlus Padrissa e Àlex Ollé/La Fura dels Baus» si pone certamente come una delle più vincenti e, ad oggi, significative.

La regia parte dall’arena e dalle sue potenzialità espressive e costruisce, attraverso queste, una cornice diversa che inquadra il libretto di Ghislanzoni in uno spazio in cui vengono a poco a poco a perdersi forma e prospettiva così come tradizione e nostalgica reminiscenza.

Nulla è come dovrebbe essere (animali, vegetazione e danze) e tutto viene reinterpretato dai visionari de ‘La Fura’ che, pur mantenendo ben saldo il nucleo narrativo, sembrano giocare attraverso le dune di un ricordo che il tempo ha logorato e standardizzato; così gli animali diventano giochi meccanici o antropomorfi (coccodrilli) e gli stessi elementi naturali ( palme) assumono reazioni e movimenti umani.

Il panorama cambia e l’uomo ne costruisce un altro (la grande valva che diverrà sepolcro agli amanti) giocando con l’enorme palcoscenico con arguzia e professionalità e stemperandone gli spazi attraverso la rappresentazione dei quattro elementi (terra, fuoco, aria, acqua ) che, in diverse forme e modalità, concorrono ad un racconto che destando in noi la ‘maraviglia’ ci spiazza  coinvolgendoci. Un’Aida diversa dunque, in cui ogni riferimento scivola e che stimola nello spettatore curiosità e sconcerto non lasciandolo pigramente adagiato nella sua poltroncina, o meglio, gradone.

L’Aida de La Fura del Baus
L’Aida de La Fura del Baus

Altalenante nella prestazione il cast impegnato in palcoscenico.

Il soprano Sae-Kyung Rim non convinceva appieno nel ruolo del titolo a causa di un timbro non particolarmente omogeneo e ad una tecnica che poco la sosteneva attraverso le insidie della partitura. Aida è personaggio sostanzialmente semplice nella sua espressività ma vocalmente attentamente cesellato da Verdi, in partitura dunque la centralità data alla parola ed al verso deve essere sempre e comunque al centro di ogni sua interpretazione e la vocalità deve potersi piegare ai colori ed alle sfumature richieste con maggior sicurezza tecnica.

Molto interessante il personaggio di Radames tratteggiato dal tenore Yusif Eyvazov. L’artista non possiede un strumento particolarmente smagliante nel timbro pur tuttavia lo sa usare con intelligenza, dosando la sua tecnica con sapiente misura. Così il ‘carattere’ risulta sostanzialmente ben dominato vocalmente e accuratamente cesellato sotto il profilo di espressività e fraseggio. Più amante che guerriero, il suo Radames emerge così felicemente con tutte le sue sfumature a prova di una  professionalità misurata e, speriamo, in costante crescita.

Non così per l’Amneris tratteggiata da Anastasia Boldyreva che, pur possedendo un’interessante vocalità, risultava poco attenta all’espressività di un personaggio centrale e complesso quale quello di Amneris.

Monocorde anche l’Amonasro interpretato da Boris Statsenko che risolveva con la sua tonante e piatta vocalità.

Ottimo Giorgio Giuseppini quale Ramfis sia per il timbro, morbido rotondo e sapientemente controllato, che per un’espressiva e sobria musicalità, costantemente presente.

Completavano il cast: Deyan Vatchkov (Il Re), Antonello Ceron (un messaggero) e Marina Ogii (sacerdotessa).

Priva di mordente la direzione del M° Julian Kovatchev alla guida dell’orchestra areniano mentre ottimo il coro diretto dal M° Vito Lombardi.

Un’arena non gremitissima ma applausi entusiasti e convinti al termine per tutti gli artisti, a testimonianza di un’attenzione crescente verso un diverso modo di fare opera che, anche in arena, può e deve trovare spazio.

 

Silvia Campana