L’Orlando Furioso di Vivaldi inaugura il XLIII Festival della Valle d’Itria a Martina Franca

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L’Orlando Furioso
L’Orlando Furioso

“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,

le cortesie, l’audaci imprese io canto,”

Con uno degli incipit più celebri della letteratura mondiale, inizia il Poema che Messer Ludovico Ariosto compose, alla corte degli Estensi, creando un mondo fantastico nel quale da 500 anni tutti noi abbiamo sognato di perderci, almeno una volta.

Al XLIII Festival della Valle d’Itria è bastata da sola la prima scena, con l’apparizione della luna sullo sfondo, per trasportare tutti gli spettatori dentro la magia dell’Orlando Furioso, capolavoro letterario assoluto, che il poeta ferrarese scrisse nei primi decenni del 1500, in pieno Rinascimento e di cui contiene l’ottimismo smisurato verso l’uomo e la passione per la vita, diventandone il vero manifesto. Affascinato da questo mondo fantastico, Antonio Vivaldi si avvicinò varie volte al poema cavalleresco, componendo ben tre opere diverse.

L’Orlando Furioso andato in scena a Martina Franca ha poco di filologico in senso stretto, in quanto sono state sia spostate che incorporate arie dalle varie opere, che Vivaldi destinò a questo argomento.  Il risultato finale è di grande fascino ed è capace di trasportare, in modo unico, lo spettatore all’interno della magia di questa storia immortale.

Fabio Ceresa, grazie alle splendide scene realizzate da Massimo Checchetto ed ai costumi firmati da Giuseppe Palella, ha creato una regia di straordinaria eleganza, puntando sui due elementi fantastici che da sempre dominano l’immaginario del capolavoro ariostesco: l’ippogrifo, che grazie ai mimi della Fattoria Vittadini, diventa una creatura viva, quasi protagonista della vicenda, e la luna, che domina sullo sfondo la scena, e che al suo interno contiene il mondo fatato dell’isola di Alcina. Il tutto reso con un gusto barocco ed un’eleganza che ormai poche volte si riesce a vedere nei teatri, diventati ormai banchi di prova per registi che, dietro attualizzazioni e rivisitazioni nascondono solo una grande ignoranza di fondo. Non così Ceresa che con questa regia dimostra di aver saputo cogliere tutto il senso e la forza, più che dell’opera di Vivaldi, del grande poema rinascimentale.

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L’ippogrifo che partecipa del dolore di Bradamante che vede l’amato Ruggero perdersi negli incanti di Alcina,  quest’ultima che maledice l’amore e strappa dal drago/cavallo il cuore, la magia con cui Astolfo riesce a resuscitarlo in modo da poter salire sulla luna a riprendere il senno di Orlando: sono momenti di assoluta magia; così come è reso con una grandissima eleganza il mondo erotico dell’isola della fata incantatrice, con quell’ avvolgersi sinuoso di corpi di cui non si capisce il sesso. Ma il momento sicuramente più forte è quello centrale della vicenda, la furia di Orlando, grazie ad una Sonia Prina, che si conferma una delle interpreti più grandi che vi siano attualmente nel repertorio Barocco. La Prina riesce a dare vita a tutte le sfumature dell’eroe per eccellenza: Orlando, cavaliere senza macchia che impazzisce per amore. La scena della pazzia è di una forza straordinaria: dalla distruzione del mostro mandatogli contro da Alcina, alla arrampicata sul disco lunare, si resta veramente ammaliati come dentro un incantesimo.

Accanto a cotanta protagonista, capace di rendere questo ruolo en travesti, con una forza ed una vocalità virile, restano come schiacciati il sopranista Konstantin Derri nel ruolo di Medoro ed il controtenore Luigi Schifano, che se pur bravi non sono riusciti a dare ai loro personaggi la stessa vitalità e presenza. Ottimo il basso Riccardo Novaro che, nel ruolo di Astolfo, dà corpo all’unica voce maschile presente sulla scena.

Per quanto riguarda le voci femminili grande plauso al mezzosoprano Loriana Castellano nella sua interpretazione della fanciulla guerriera Bradamante, splendida nel suo costume che fondeva l’abito della dama ad un’armatura dorata. Ottima anche Michela Antenucci che ha reso al meglio l’erotismo e l’ambiguità che anima il personaggio di Angelica. Bella prova anche di Lucia Cirillo nel ruolo della fata Alcina trasformata, grazie al pomposo costume dorato, in una vera icona del mondo barocco.

Un cast di alto livello diretto in modo impeccabile dalla bacchetta di Diego Fasolis che si conferma uno dei più grandi specialisti di questo repertorio. Eccellente la sua direzione dell’orchestra I Barocchisti e del coro preparato dal maestro Ferdiando Sulla.

Alla fine trionfo meritato per tutti.

Ora lo spettacolo verrà rappresentato presso il Teatro la Fenice di Venezia, sperando che poi non si fermi, come Rodomonte:

“Alle squalide ripe d’Acheronte,

Sciolta dal corpo più freddo che giaccio,

Bestemmiando fuggì l’alma sdegnosa,

Che fu sì altiera al mondo e sì orgogliosa”.

Acheronte, quali possono essere dei depositi polverosi, ma c’è da augurarsi che, questo magico allestimento possa girare nei teatri, in modo da riuscire ad incantare e trasportare il pubblico sempre di più, all’interno della vicenda di Bradamante innamorata e Orlando Pazzo, una delle storie più belle mai raccontate dal genio umano.

Domenico Gatto