Lucia di Lammermoor in scena al Teatro La Fenice di Venezia

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Lucia di Lammeroor in scena al Teatro La Fenice di Venezia
Lucia di Lammeroor in scena al Teatro La Fenice di Venezia. Photo ©Michele Crosera

Che Lucia di Lammermoor, in un’ottica contemporanea, potesse essere interpretata come un dramma che vede protagonisti tre giovani orfani  abbandonati ad un destino più grande di loro ed isolati in un’ atmosfera gothic-horror alla quale solo un fondale di vago sapore  pre-romantico sembra dar luce, mi sembrava sulla carta riflessione meditata e teatralmente anche condivisibile, ritengo tuttavia, nel teatro d’opera come nella vita di ogni giorno, che il ‘modo’ ed il ‘tono’ con il quale una storia venga narrata sia sempre di preponderante importanza e, in più di un caso, possa fare la differenza e,  proprio sul versante narrativo, il racconto del dramma di Lucia da parte del regista Francesco Micheli, impegnato in questa nuova produzione del Teatro La Fenice di Venezia del capolavoro donizettiano, ci è sembrato perdere, in più di un momento, coerenza e scenica efficacia .

Mentre risulta dunque condivisibile la scelta di isolare la narrazione in uno spazio teatrale quasi costantemente immobile in cui dominano vecchi arredi di un mondo in disfacimento e d’effetto visualizzare la traslucida follia di Lucia attraverso la presenza del cristallo (che non dovrebbe mai tradire però la sua infrangibilità) rappresentato da una serie di calici ben disposti su di una tavola, di più difficile comprensione appare invece il pervicace intento di realizzare una realtà parallela, virtuale ed altra. Perchè dunque “l’impetuoso toro” dovrebbe avere le fattezze di un affascinante ballerino di colore, peraltro impegnato ad ‘incornare’ il povero Ashton già intento nella cabaletta di fine  I Atto? Perchè ‘inchiodare’ l’autorevole Bidebent ad una croce o far circondare nel III Atto il già sufficientemente sventurato Edgardo da una nutrita schiera di zombie?

L’impegno era indubbiamente nobile ma “…l’altar si rovesciò”, direbbe il buon Piave, ed in effetti pare che troppe cose si siano volute dire e molti significati sovrapporre con un esito finale che lasciava davvero più di una perplessità.

Passiamo ora al cast, davvero di tutto interesse.

Lucia è uno dei personaggi femminili più potenti del repertorio romantico per quel l’impalpabile contrasto tra l’innata fragilità che la rende vittima del fratello e la prepotente forza che le consente di ribellarsi a lui liberandola con la pazzia dalle catene della convenzione borghese.

Fedele a parte della lettura di Micheli e allo stesso tempo alla dinamica concertazione del M° Riccardo Frizza, il giovane soprano Denise Sierra ci dona, attraverso la sua vocalità di soprano lirico leggero contraddistinta da un nitore timbrico e da una sicurezza tecnica in tutta la tessitura di sfolgorante intensità, una Lucia scolpita attraverso le pieghe della sua più intima e feroce ribellione ad un sistema che la chiama e la esige vittima.

Lucia di Lammeroor in scena al Teatro La Fenice di Venezia. Photo ©Michele Crosera
Lucia di Lammeroor in scena al Teatro La Fenice di Venezia. Photo ©Michele Crosera

Affidata ad un’attenta cura nel fraseggio ed alla sensibilità dell’interprete, l’agilità perde così la sua realtà come mero virtuosismo, coniugandosi in mille variabili di sfaccettata e dolente follia, concorrendo a delineare un ‘carattere’ teatrale vivo e palpitante anche attraverso una fisicità ed una teatralità sempre equilibrata e espressiva.

Interessante per la bellezza del timbro lirico e per una sostanzialmente corretta linea di canto, il tenore Francesco Demuro ben si disimpegnava nel temibile ruolo di Edgardo, risolvendolo con  la distinta e corretta professionalità che ogni buon artista dovrebbe possedere, nonostante il registro acuto risultasse troppo spesso un po’ sacrificato negli armonici mentre necessiterebbe di quella maggior rotondità che la vocalità dell’artista peraltro ben conosce.

Ottimo l’Enrico interpretato dal bravo baritono Markus Werba che, perfettamente a suo agio in questo ruolo, evidenziava una timbrica sopraffina, un giusto accento ed una bella linea di canto, tanto omogenea quanto raffinata. Fraseggio e musicalità siglavano poi un’interpretazione di tutto rispetto.

Tonante e corretto, ma privo di particolare intensità espressiva, il Raimondo  interpretato dal basso Simon Lim.        

Completavano il cast l’ottimo Francesco Marsiglia nel ruolo di Arturo, Angela Nicoli  in quello di Alisa e Marcello Nardis quale Normanno.

Il M° Riccardo Frizza dirigeva con piglio energico e nervoso, sottolineando l’aspetto più oscuro e gotico della partitura che appariva così assai poco convenzionale e rassicurante e, a questo proposito, la scelta dell’uso della ‘glassarmonica’, evidenziava sonorità ed assonanze stranianti quanto evocative.

Teatro gremitissimo e successo pieno (meritatissima ‘standing ovation’ per la Sierra) per tutti gli interpreti ed il Direttore.

 

Silvia Campana