Martina Franca: Medea in Corinto di Giovanni Simone Mayr

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Martina Franca: Medea in Corinto di Giovanni Simone Mayr

Medea è una delle figura più note, ma anche delle più fraintese del mito greco, protagonista de le argonautiche di Apollonio Rodio, divenne celebre grazie alla tragedia che porta il suo nome, che Euripide compose nel 431 a.C. e da allora la sua vicenda sarebbe stata rivisitata da innumerevoli autori. Ma per capire appieno questo personaggio bisogna risalire alla sua ascendenza, in quanto Medea non è una semplice eroina: Medea è divina, in quanto figlia di Eete – figlio di Elio (il Sole) – e secondo Diodoro Siculo addirittura di Ecate. Sua zia era Circe, e sua prima cugina era Arianna la divina sposa di Dioniso. Da questo si capisce che Medea non solo era una creatura divina, il che per i greci significava essere bellissima, ma anche luminosa per nascita. In quanto poi regina della Colchide – l’attuale Georgia che rappresentava il limite orientale del mondo greco – ella presiedeva al sole nascente così come Circe posta al limite occidentale, nella penisola italiana, era immagine del sole calante ed Arianna, la splendente principessa cretese, rappresentava il sole allo zenit. Essendo quindi una creatura divina Medea, secondo la mentalità greca, sfuggiva alle leggi umane e qualunque cosa facesse era impunibile, in questo è accomunata ad un’altra celebre eroina del mito greco, che era assieme umana e divina, la luminosa figlia di Zeus Elena. Ma ad accomunare entrambe non era solo la loro ascendenza celeste ma anche il loro rapporto esclusivo con la dea più potente dell’Olimpo: Afrodite. Non si può capire appieno questa figura se si prescinde da questo rapporto indissolubile: Medea è creatura afrodisiaca per eccellenza: per volere di Afrodite ella aiuta Giasone a conquistare il vello d’oro, e proprio su quello che era il manto più prezioso e luminoso si compiono le loro nozze, sempre per volere della dea dell’amore. Di contro Creusa, non può per sua natura avere nulla di erotico e sensuale, ella è totalmente estranea alla sfera di Afrodite, può appartenere a quella di Atena in quanto ancora vergine ed a quella di Era in quanto attraverso le nozze con lei Giasone può assurgere al trono di Corinto. Ma queste nozze già nella loro gestazione sono malate, in quanto nessun matrimonio può essere celebrato se si ha contro la dea che ad esso sovrintende: ciò che Medea compie è solo la giusta e logica conseguenza dell’empietà che sia Giasone marito fedigrafo, sia Creusa che vuole sostituirsi alla legittima moglie, sia Creonte re arrogante che non rispetta sia l’ascendenza divina sia la volontà della dea che ama il sorriso compiono e la tragedia non può che concludersi col trionfo di Medea che ascende al cielo sul carro del sole.

Fatta questa premessa, per capire il mito, si entra nell’analisi dell’opera di Simone Mayr in quanto il libretto di Felice Romani resta molto fedele all’originale di Euripide e la protagonista seppur umiliata conserva sempre la dignità divina. Bisogna quindi dire che la messa in scena realizzata da Benedetto Sirca di tutto questo non ha tenuto minimamente conto, banalizzando un mito immortale e trasformandolo nella solita introspezione psicologica con lo sdoppiamento dei personaggi con dei mimi che interpretavano l’interiorità di questi con movimenti incomprensibili, fra cui risaltava quello di Egeo per lungo tempo messo in castigo contro il muro. A questo si aggiunge la costante presenza dei figli di Medea e Giasone in scena, che ammiccavano costantemente sia ad altri mimi sia fra di loro come se fossero degli adolescenti in piena crisi ormonale. La presenza continua e l’azione incessante dei mimi ballerini in scena, applicando una ricetta che si era dimostrata vincente, in numero ridotto, per La Lotta di Ercole ed Acheloo, lo scorso anno nel Chiostro di San Domenico, ha creato confusione facendo emergere l’orror vaqui del regista e distogliendo l’attenzione dai momenti musicali dei solisti come nella bellissima aria di Creusa, in apertura del secondo atto, accompagnata da un assolo di arpa.

Anche le caratterizzazioni dei personaggi sono state incomprensibili: trasformare Medea in una sorta di Morticia Adamas in versione incanutita e rasta, essendo protagonista il soprano canario Davinia Rodriguez di estrema avvenenza, dal fisico da top model ha già dell’inverosimile, ma peggio ancora ridurre la vergine Creusa, della pur bella Mihaela Marcu, in una sensuale odalisca orientale col seno all’aria e l’ombelico al vento, è parsa follia.

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Per contro il tenore Enea Scala, Egeo, aveva una presenza notevole per il fisico aitante, mentre il Giasone di Michael Spyres era ridicolizzato da una impossibile parrucca a caschetto e da un costume inspiegabilmente femminile da Amneris dei poveri: i costumi erano firmati da Tommaso Lagattola.

La scena minimale di Maria Paola costituita unicamente da un piano inclinato coperto inizialmente da un campo di papaveri, che poi venivano anche raccolti, che quasi all’inizio dell’azione si fendeva in diagonale significando nell’idea del regista fratture inconciliabili ma costituendo semplicemente un impedimento per i movimenti scenici.

Fabio Luisi è stato il grande trionfatore della serata, dirigendo alla perfezione una partitura ricca di momenti di lirismo assoluto e sostenendo con ritmo e coerenza una musica che all’ascoltatore attuale risulta familiare per le molte reminiscenze in primis mozartiane. Grande merito del Festival essere riusciti a creare questo rapporto con quello che è uno dei più talentuosi direttori d’orchestra del momento, dove ha debuttato giovanissimo.

L’Orchestra Internazionale d’Italia ha seguito diligentemente le indicazioni del maestro così come il Coro della Filarmonica di Stato “Transilvania” di Cluj-Napoca preparato dal maestro Cornel Groza e lasciato monolitico sulla scena in contrasto col movimento costante dei mimi-ballerini della Fattoria Vittadini.

Seppure penalizzata dalla regia la temperamentosa Davinia Rodiguez trova nel repertorio drammatico e da lirico spinto il suo campo d’elezione dove può dar sfogo ad una vocalità completa su tutti i registri dall’acuto estremo lanciato di forza ad un grave che suona peculiarmente coperto ma che assume così un’ulteriore pregnanza drammatica ideale per la parte di Medea.

Degno contraltare a tanta foga scenica e vocale Il soprano Mihaela Marcu traccia una Creusa di sognante lirismo.

Notevole la sfida fra i due tenori assolutamente entrambi in parte il Giasone di Michael Spyres autentico campione di bel canto per agilità, estensione, coscienza stilistica e abilità nel fraseggio e veemenza nell’accento.

Enea Scala ha retto magnificamente il confronto con caratteristiche vocali in tutto simili per tecnica ed aderenza al personaggio di Egeo, siglando un’interpretazione per molti versi memorabile.

Minore entusiasmo per il Creonte di Roberto Lorenzi, mentre nel ruolo di Ismene si è apprezzata la qualità vocale di Nozomi Kato, da riascoltare in ruoli di maggior spicco. Completavano degnamente il cast l’Evandro di Paolo Cauteruccio ed il Tideo di Marco Stefani.

L’apoteosi finale con Medea confinata in fondo alla scena in una finestra all’ultimo piano del palazzo ducale, è stata siglata dalla liberazione di un’ottantina di colombe bianche che liberandosi hanno colpito diversi spettatori giustificando i buu ed i fischi rivolti al regista nel tripudio generale degli applausi finali.

Domenico Gatto