Michele Mariotti: il fascino del one man show !

70

Michele Mariotti: il fascino del one man show !

Appuntamento di richiamo internazionale al Teatro Regio di Torino. Il cartellone prevedeva la messa in scena dei Puritani, meravigliosa ultima opera di Vincenzo Bellini raramente rappresentata – alla Scala di Milano per esempio manca da oltre quant’anni circa – per via delle sue impervie difficoltà esecutive ed interpretative. Entrata nella mitologia melodrammatica già per il celebre quartetto che la eseguì per la prima volta a Parigi, da quel 1835 grazie alla presenza di interpreti di prim’ordine sono state eseguite negli anni più versioni che hanno reso giustizia allo spartito, con tagli e aggiunte realizzati sotto apparenti motivazioni e prassi filologiche effettuati a seconda degli interpreti e del momento.

Proprio al Teatro Regio si diede nel 1996 un’ edizione in versione integrale, con un’esecuzione segnata dai crismi dell’eccezionalità divenuta per molti aspetti memorabile. E se quel prestigioso spettacolo segnò una tappa importante nell’interpretazione del capolavoro belliniano, non meno fondamentale è risultata essere dopo 19 anni di assenza dal palcoscenico torinese anche questa edizione , in scena per numerose repliche con un doppio di cast di caratura internazionale. La magistrale arte direttoriale di Michele Mariotti, maestro abilissimo a restituire interamente le caratteristiche drammatiche e soprattutto stilistiche di quest’ partitura, ha infatti contraddistinto senza alcun dubbio la nuova esecuzione torinese come una delle migliori mai ascoltate.

Il maestro pesarese, che aveva affrontato questa partitura già con risultati importanti, raccogliendo ora i frutti di un’evoluzione artistica impressionante e in quest’ occasione anche una piena sintonia con i superbi complessi orchestrali del Teatro Regio, è stato abilissimo col suo magico tocco direttoriale, nel dar libero sfogo al fluire della melodia belliniana, quasi accarezzandola con accompagnamenti di aristocratica eleganza.

Articolata in tempi che hanno saputo passare dall’indugio all’incisività teatrale – che sapientemente non guardano ancora a Verdi -, Mariotti non è mai venuto meno alla splendida continuità narrativa, alternando dinamiche, colori e spessori aderenti allo svolgersi della vicenda a una valorizzazione del canto che non ha significato comunque rinunciare all’atmosfera drammatica. Da grande artista di teatro qual’ è il direttore ha fatto poi un tutt’uno col concertatore finissimo, capace come nessun altro di fare avvertire insieme all’autentico sospiro belliniano, quanto la partitura del compositore catanese fosse avanzata rispetto al suo tempo. In questo contesto orchestrale i cantanti hanno compreso l’importanza di sposare una visione interpretativa che, vuoi per scelta dei medesimi, vuoi per naturale predisposizione ad aderirvi, sacrificava l”esteriorità vocale in funzione dell’autentica verità stilistica, che ha permesso così al giovane maestro di realizzare un autentico affresco romantico in musica e un saggio di intelligenza interpretativa.

La difficoltà di mettere in piedi un’opera come I Puritani  comporta però anche un’appropriata visione registica, la quale deve far emergere dalla grande rappresentazione storica di Pepoli la suggestiva ambientazione scozzese del seicento, inserita nel suo clima austero del puritanesimo anglosassone, ma filtrata dal modo ottocentesco di ricostruire storia e i personaggi accesi da romanticismo. L’allestimento visto a Torino firmato da Fabio Ceresa, aveva il pregio e il difetto di essere stato già visto lo scorso inverno all’ Opera di Firenze, teatro con cui il Regio ha coprodotto lo spettacolo. A seguito di una regia nient’affatto memorabile , causa di critiche e contestazioni, si pensava che il team registico avesse modificato per questa ripresa alcune fastidiose ingenuità e incongruenze. Non è stato invece nuovamente sufficiente il solo impianto scenico di forte impatto visivo realizzato da Tiziano Santi – fatto di pietra dai riflessi argentei che si allarga sullo sfondo in una cattedrale gotica stravolta nella sua prospettiva sghemba – e i costumi di Giuseppe Palella di indubbio fascino, ma fine a se stesso, per colmare enigmatiche quanto vacue idee in una rappresentazione spesso affidata a ballerini, controfigure e simbologie del tutto superflue.

Michele Mariotti: il fascino del one man show !

Alla prima torinese l’interesse vocale era principalmente rivolto nei confronti di Olga Peretyatko, soprano russo preceduto da fama di star internazionale ed entrato in quella fase aurea della carriera in cui il pubblico riserva di conseguenza grande aspettativa. La Peretyatko, al suo primo apparire sul palcoscenico del Regio con un ruolo però già interpretato al Metropolitan di New York, allo Staatsopera Di Vienna e agli Champs-Élysées di Parigi, non ha mai ceduto saggiamente a forzature innaturali della sua voce – che risulta essere cristallina e delicata – , trovando solo progressivamente nel corso della recita lo spessore funzionale al crescere emozionale di Elvira. La linea vocale – quella scritta per la celebre Giulia Grisi, che spesso chiede alla voce di rapportarsi con le note centro gravi della tessitura – è stata valorizzata con un fraseggio curato ed espressivo, che ha risaltato maggiormente di più i momenti lirici di melanconia e languore, rispetto a quelli in cui ci si aspettano svolazzi, trilli, messe di voce e agilità estreme verso tessiture stratosferiche. Presenza scenica splendida, il soprano ha impersonato poi con il giusto trasposto emotivo il lato bamboleggiante del personaggio, valorizzando al contempo anche quello innamorato e sofferente. Anche Desiree Rancatore, cantante dalla grandi qualità e dall’ indiscussa carriera, è stata un’ Elvira d’indubbio valore, affrontando il ruolo con quello slancio acrobatico in più che segna la cifra della grande belcantista belliniana. Fluida e luminosa timbricamente nella polacca, ha condotto questa danza pirotecnica con le giuste intenzioni, significative di tutta la vivacità emotiva della candida sposa. Nella complessa scena “Qui la voce sua soave” – “Vien diletto” ha esibito poi tutta la sua abilità nel saper modulare l’andamento morbido del cantabile, mettendo in luce una resa dinamica impreziosita da una continua ricerca di soluzioni cromatiche raffinate e identificative di una “pazzia” tutta riflessa di un notevole coinvolgimento emotivo. Elegante e piacente anche scenicamente ha siglato pertanto un’ interpretazione completa e pregevole.

Per affrontare l’astrale ruolo di Lord Arturo, parte tra le più onerose e delicate della corda tenorile, occorrono abilità vocali, tecniche e stilistiche capaci di eguagliare la scrittura pensata per la leggendaria voce di Giovanni Battista Rubini. A Torino Dmitry Korchak ha rappresentato un cavaliere tutto giocato sulla virilizzazione e la spavalderia del personaggio, caratterizzando pertanto con questo tono uniforme espressione e suoni – acuti e sovracuti almeno fino al re naturale – sicuri indubbiamente di un certo slancio, ma anche di una monocroma baldanza. A lui si è alternato il giovane, ma già affermato, Enea Scala, il quale dopo questa sua presa di ruolo va aggiunto ai diversi e arditi tenori che oggi sono in grado di sostenere questo tipo di canto così intransigente (basti pensare ad Antonino Siragusa, Celso Albelo, Yijie Shi, John Osbor, Juan Diego Florez, Lawrence Brownlee, Javier Camarena etc.) e un tempo invece prerogativa di pochissimi eletti. E’ stato pertanto un piacere constatare come il tenore siciliano ha potuto vantare oltre che tutte le note indispensabili per garantire la parte – perfettamente a suo agio quindi nel settore acuto – , anche una buona tecnica con cui sostenere lo stile belliniano – preciso e delicato il legato e l’emissione – . Capace di trovare colori e momenti di notevole espressività nell’atto III, per certi versi l ‘atto di Arturo, ha concluso con un “Credeasi misera” passionale e carico di trasporto amoroso.

Di valore la prova di Nicola Ulivieri dalla perfetta vocalità di basso dalla cavata vibrante, il quale risultando tenero ed amorevole nel duetto del I atto con Elvira “O amato zio”, impeccabile e nobile cesellatore del bellissimo racconto del II atto e di efficace nerbo e personalità nel duetto con Riccardo nel finale, è riuscito a dare un ideale rilievo al personaggio di Sir Giorgio. Presenza di lusso anche il Giorgio del bravissimo Mirco Palazzi, dallo splendido colore vocale ricco di armonici da autentico basso e capace con la sua intelligenza musicale di un “Cinta di fiori” superlativo per omogeneità, legato e fraseggio ricco di un’ampia gamma di sfumature. Nicola Alaimo era Riccardo: l’intimistico strazio con cui ha cantato la sua romanza d’ingresso, giocata su un ricercato gioco di espressioni cangianti e la cura continua della linea di canto, gli ha permesso di mantenere con eleganza questa sospensione di estasi amorosa anche nella cabaletta – tra l’altro eseguita integralmente – . Sostenuto da questa notevole sensibilità, senza dare quell’intensità drammatica che la parte solo tratti suggerirebbe, ha mantenuto coerente il suo spirito interpretativo, scolpendo così il lato raffinato e cavalleresco di questo carattere. Simone del Savio ha colto invece l’aspetto più pugnace di Riccardo per cui il mancato utilizzo di un ampio spettro timbrico in questa scrittura belcantistica (per certi versi più fitta di quella affidata al tenore) è stato contrastato da una vigorosa proiezione vocale ed da una uniforme incisività di accento, punti forti quindi della sua esecuzione. Voce troppo acerba invece quella di Samantha Korbey quale Enrichetta, decisamente sotto tono anche nella pronuncia italiana ed elemento insufficiente a restituire la vera dimensione di questo ruolo breve, ma decisivo all’azione drammatica del I atto, mentre di grande efficacia le vocalità dei personaggi minori di Lord Gualtiero e Sir Bruno, cantanti rispettivamente da Fabrizio Beggi e Saverio Fiore.

Ripresa dunque si è detto di questo grande titolo del belcanto che ha attratto molti appassionati, prodighi di applausi alla prima rappresentazione per tutta la compagnia e di una trionfante ovazione per il direttore d’orchestra, a cui alla seconda recita è stato riconfermato lo stesso entusiasmante riconoscimento in questo caso però esteso a tutto il cast.

Adalberto Ruggeri