Recensione: una Madama Butterfly a Milano paradigmatica

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Recensione: una Madama Butterfly a Milano paradigmatica

Assistere al giorno d’oggi ad un concerto o ad una rappresentazione teatrale ideale che soddisfi pienamente tutti gli spettatori è un’esperienza singolare, oltre che un ‘emozione preziosa senza pari. L’ Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano è un esempio di come si possano conseguire questi risultati con continuità e successo ad ogni incontro col pubblico, comprovando in questo modo lo strepitoso valore che la contraddistingue nell’ambito sinfonico italiano ed internazionale.

La reazione di chi ha la fortuna di partecipare a queste serate non può che essere di conseguenza sempre calorosa ed entusiasta e in un periodo di scarsa affluenza popolare nelle sale teatrali, indice soprattutto dell’attenzione – nonostante l’indifferenza dei vertici istituzionali, a cui l’invito di trarre le dovute considerazioni – che i milanesi, e non solo, hanno per questa prestigiosa realtà.

Attenzione riconfermata e forse in maniera ancora più viva, anche in occasione delle due rappresentazioni di Madama Butterfly a Milano in programma all’interno della consueta stagione sinfonica, assolutamente di richiamo anche per molti appassionati d’opera nonostante l’ esecuzione in forma di concerto.

Protagonista indiscusso di queste esecuzioni è stato senza dubbio il direttore d’orchestra Jader Bignami, il quale, dato il contesto, ha cercato fin da subito di colmare la mancanza di scene, costumi e orchestra in buca, con una direzione dal taglio interpretativo estremamente “teatrale”.

Coadiuvato dall’ Orchestra Verdi in forma smagliante, dal suono formidabile e chiamata, non è inutile ricordarlo, ad un inconsueto impegno operistico, il maestro è riuscito a creare dei momenti musicali di fascino raro, con un profluvio di colori, di ricchezza agogica e di varietà dinamica assolutamente significativi. E’ stato messo così maggiormente in risalto l’aspetto lirico – melodico della composizione, rispetto a quello più novecentesco – contemporaneo, con sonorità mai soverchianti, sempre attente alle voci – particolarmente curato il “ canto di conversazione”, ricco di inflessioni, spunti e sottintesi per nulla banali – ed al senso continuo della narrazione.

Butterfly è un’ opera di atmosfere, di tempi rubati e di morbidezze timbriche utilizzate sapientemente da Puccini per disegnare il dramma: essere riusciti a coglierne tutti i preziosismi, con una lettura ispirata ed analitica ed un magistrale controllo degli impasti sonori, senza mai scadere poi nel cosi vituperato “puccinismo” di maniera, ha fatto di questa esecuzione un paradigmatico esempio di arte interpretativa, che giustamente ha provocato l’entusiasmo del pubblico.

Recensione: una Madama Butterfly a Milano paradigmatica

Per conseguire questi risultati Bignamini ha potuto contare sull’ ottimo apporto del coro, quello Giuseppe Verdi di Milano preparato da Erina Gambarini, molto impegnato ed al meglio delle sue caratteristiche, il quale è riuscito a ritagliarsi un momento di notevole poesia nel celebre coro “ a bocca chiusa” – bissato dietro l’insistenza del pubblico -, oltre che ha prestare efficacemente alcune voci ai ruoli minori dei parenti di Butterfly nel concertato del primo atto.

Anche il cast sospinto dalla straripante energia attenta e minuziosa della direzione ha mostrato di impegnarsi moltissimo, inserendosi perfettamente in quest’atmosfera romantica ed eterea. Ne ha così giovato senza dubbio la vocalità esuberante e piuttosto bella del giovanissimo tenore Vincenzo Costanzo nei panni di Pinkerton, che ha cantato un primo atto con un ‘attenzione insolita alle indicazioni espressive, insieme ad un vigore passionale che lo ha spinto a chiudere il duetto finale con un do squillante e incisivo. Anche a Luca Grassi, interprete Sharpless, vanno riconosciuti i pregi oltre che di una pura bellezza vocale, pure quelli di un fraseggio interessante e curato.

Manuela Custer in un ruolo come quello di Suzuki, è riuscita a mostrare la sua capacità di esprimere l’intimo spirito della musica, per il quale è quasi riduttivo parlare di musicalità, precisione e strepitoso aplomb in ogni intervento.

Goro cantato molto bene – cosa rara – è stato interpretato anche con estremo garbo e misura – cosa rarissima – da Nicola Pamio e finalmente sono risultati ben curati anche gli interventi di Cristian Saitta come Zio Bonzo, di William Corrò come Yakusidé e Julie Mellor come Kate .

Svetlana Kasyan, soprano russo dall’avvenente presenza scenica e già apprezzata in diverse occasioni in Italia, ha una voce ricca al centro e capace di scatti luminosissimi in acuto – ben riuscita la puntatura al reb nella sua aria di entrata – . Ha restituito una visione di Cio-Cio-San estremamente moderna, dal quale ha bandito svenevolezze e leziosità, come pure, data forse la forma concertante, un’ esagerata accentuazione drammatica. L’ articolazione della frase è risultata a volte faticosa, pur con l’impegno di applicare un accento persuasivo e vario ad ogni scena, che ha reso per questo una geisha infinitamente sfaccettata e significativa di una preparazione scrupolosissima.

Applausi entusiastici, da parte di un pubblico partecipe e attento, hanno richiamato ripetute volte alla ribalta tutti i protagonisti di questa ottima serata di musica, siglando cosi uno spettacolo importante, che nel quasi deserto qualitativo delle rappresentazioni dei teatri italiani, è risultato essere un ‘autentica benedizione del cielo.

Adalberto Ruggeri