Romeo et Juliette alla Scala: una Verona evocata

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Romeo et Juliette alla Scala

Una Verona evocata attraverso una monumentale scena fissa ( assai ben realizzata da Michael Yeargan ) che, attraverso un pastiche di architetture di matrice palladiana ricorderebbe in realtà più da vicino altre città venete ( Vicenza in particolare ) è quella ideata dal regista Bartlett Sher (qui ripresa da Dan Rigazzi) per questa produzione di Romeo e Juliette che, nata per il Teatro Metropolitan di New York, viene ora ospitata presso il prestigioso spazio scaligero.

Fedele ad una stereotipata immagine della nostra italianità, la scena, in particolare quella di apertura, è animata da una miriade di maschere ( presente l’ immancabile Pulcinella ) che rischiano di confondere la narrazione appesantendola con pretestuose ed inutili controscene. Detto questo bisogna altresì sottolineare che lo spettacolo si sforza di andare oltre una patinata confezione e di comunicare l’idea portante ed universale che sta alla base della celebre storia d’amore. Il lavoro sui caratteri si presenta molto curato ed attento ad evidenziarne le caratteristiche più contemporanee ( in particolare con il personaggio di Giulietta, reso più sciolto e poco convenzionale ) ed il gioco di masse spettacolare quanto efficace ( scena del duello ) con l’obiettivo generale di suggerire, pur attraverso soluzioni prevalentemente estetiche, una più ampia e teatrale significante. Così è un semplice lenzuolo a descrivere l’alcova degli amanti ( lo stesso che poi finirà stropicciato tra le mani di una disperata Giulietta trasformandosi quasi nelle pieghe di un vestito immaginario ) e il corteo funebre, esclusivamente femminile, che accompagna la fanciulla mentre, con i suoi passi, raggiunge la cripta rimanda all’immagine di una certa pittura quattrocentesca producendo un forte effetto straniante che affascina e coinvolge.

In contrasto con la linea scelta sembravano porsi però i bei costumi creati da Catherine Zuber che contribuivano a narrare un’altra storia, un mondo parallelo, attingendo a quell’immaginario settecentesco che aveva ispirato il Casanova di Fellini, combinando edonismo e ricercatezza. Molti, forse troppi messaggi contrastanti dunque che contribuivano a creare eterogenee linee di lettura che, pur con le migliori intenzioni, rischiavano di confondere il messaggio originario banalizzandone il contenuto.

Il cast in palcoscenico mostrava nel suo complesso grande partecipazione ed aderenza allo stile mosso ( a tratti quasi cinematografico) della pièce con un buon esito teatrale complessivo.

Romeo et Juliette alla Scala

Il soprano Diana Damrau cesellava una Giulietta matura ed appassionata. La sua vocalità mantiene la bellezza del colore e l’intensità drammatica che, soprattutto nell’ultimo Atto , fanno la differenza anche se, con l’irrobustimento dei centri, è fatale che la leggerezza e la brillantezza del timbro possano venire un po’ a perdersi così come la morbidezza dell’accento. Sempre misurata invece l’attenzione al personaggio che, anche scenicamente, risultava completo e sfaccettato.

Perfettamente in linea con il suo ‘carattere’ il tenore Vittorio Grigolo confermava una grande spigliatezza in palcoscenico e, fatto salvo qualche eccessivo coinvolgimento, riusciva a cesellare con sensibilità e precisione la figura dello sfortunato amante veronese.

La sua vocalità, caratterizzata da quella timbrica particolare che ne è ad un tempo croce e delizia, è completamente al servizio del personaggio e l’artista non lesina l’uso dei colori, prendendosi anche dei rischi con le mezze voci ma perseguendo il chiaro obiettivo di ottenere un’interpretazione empaticamente impattante. Che possa convincere o meno  il suo modo di affrontare il teatro musicale è chiaro e dichiarato ed è innegabile che attraverso di lui i protagonisti delle opere acquistino maggior verità, passione e veemenza, diversamente intese forse, ma non per questo meno efficaci e non è cosa da poco.

Mattia Olivieri disegnava uno splendido Mercuzio , così come Nicolas Testè un solenne Frate Lorenzo e Sara Mingardo una Gertrude di lusso.

Completavano il cast : Frédéric Caton (Capuleti), Ruzil Gatin (Tebaldo), Edwin Fardini (Paride), Paolo Nevi ( Benvolio), Jean-Vincent Blot (Duca di Verona ) , Paul Grant (Gregorio) e Marina Viotti ( Stefano) .

Alla guida della sempre ottima Orchestra della Scala il giovane M. Lorenzo Viotti dirigeva con misura, trovando i giusti colori anche se a tratti indugiava in un gioco di tempi che non otteneva nella sostanza l’effetto sperato.

Un teatro gremito da un pubblico entusiasta ( molti i giovani ) mostrava di lasciarsi trascinare dallo spettacolo e salutava con calore interpreti e direttore.

Silvia Campana