I Shardana. E. Porrino. Cagliari

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I-Shardana.-Cagliari1
CAGLIARI
TEATRO LIRICO
18/09/2013
Gli uomini dei nuraghi
dramma musicale in tre atti
libretto e musica Ennio Porrino

Il fascino e il mistero di una terra antica si svela ne “

IShardana” di Ennio Porrino,  in cartellone da venerdì 20 settembre alle
20.30 fino a sabato 28 settembre al Teatro Lirico di Cagliari: la
potenza evocativa della musica fa rivivere lo spirito di un popolo di
pastori e guerrieri plasmati sul modello dei bronzetti nuragici, in
un’opera coinvolgente inserita nella temperie culturale e artistica
della prima metà del Novecento. La seconda tranche della Stagione
Lirica e di Balletto della Fondazione cagliaritana inizia all’insegna
della riscoperta di una partitura dimenticata, con un nuovo
allestimento affidato a uno dei più interessanti registi della scena
contemporanea, Davide Livermore, con il maestro Anthony Bramall sul
podio alla guida dell’orchestra e del coro del Teatro Lirico e un cast
formato da giovani e (in alcuni casi) già affermati cantanti chiamati a
confrontarsi con una raffinata e impegnativa, fin virtuosistica
struttura vocale.
Immaginata come manifesto di un’idea musicale che
ricerca «nel sangue della nostra gente una sorgente d’arte sana e non
paesana» e divenuta giocoforza, per i casi della vita, una sorta di
testamento artistico dell’autore – la prima al San Carlo di Napoli nel
1959 precede di pochi mesi la prematura scomparsa del compositore, il
25 settembre – “I Shardana” possiede una forte matrice epica ed etica.
L’invenzione, sollecitata dalle scoperte dell’archeologo Giovanni
Lilliu, che proprio in quegli anni mise in luce il complesso di
Barumini, e dall’iconografia “barbara” dei bronzetti (piccole sculture
raffiguranti capi e guerrieri, uomini in lotta e perfino l’archetipo
della “madre dell’ucciso”, un’arcaica icona della “pietà”) di una
civiltà nuragica nel cuore del Mediterraneo s’intreccia alla memoria
frammentata di un fervido Medioevo sardo. Il progetto iniziale – in
collaborazione con il librettista di Respighi, Claudio Guastalla –
infatti guardava all’età giudicale, e una traccia ne affiora nei nomi
dei personaggi anche nella stesura definitiva, di pugno dello stesso
Porrino che firma libretto e musiche de “I Shardana – Gli uomini dei
nuraghi”.
Nella trama,  tra l’eco di sanguinose battaglie contro gli
invasori, cronaca di sconfitte e distruzioni di città e vittorie per
mare, s’innesta il tema del sacrificio; e l’uccisione del figlio
Torbeno, traditore per amore, mostra anche la forza pericolosa e
distruttrice di eros, mentre la straniera Bèrbera Ionia incarna la
femme fatale. Il rito sanguinario compiuto in nome della giustizia e
della volontà del popolo (che rimanda a crudeli usanze ben presenti
nell’immaginario dell’area mediterranea e mediorientale e in fondo si
sposa al rigore delle leggi marziali in tempo di guerra) viene messo in
risalto nell’ouverture, all’apertura di sipario, come un’estrema
sintesi, un presagio della tragedia dalla regia di Livermore: su uno
scoglio, o un’ultima sporgenza rocciosa protesa sul mare, il padre
uccide il figlio e esplode il dolore insanabile della madre. Icastica
visione, in cui le acque si tingono di rosso, mentre l’orchestra dipana
i temi che compongono il racconto in musica, nella densità di un
prologo che già racchiude l’essenza di tutta l’opera: in quel gioco di
ombre, cupo presentimento di futuro, riecheggia la ricca materia sonora
mentre si rivela la cifra, tra dissolvenze incrociate e sovrapposizione
di piani, di una costruzione scenica in cui si fondono e confondono
storia e mito.
Il primo atto racconta di ansie guerriere e desideri di
pace, con il canto di Perdu e dei pastori che inneggia al valoroso re
Gonnario, e la consacrazione dei giovani principi,  Orzocco e Torbeno,
all’arte della guerra come futuri condottieri mentre la regina madre,
Nibatta svela la sua solitudine di sposa di un uomo d’armi e il fondato
timore di dover presto piangere i figli perduti. Irrompe Norace,
comandante della flotta che impone la vendetta sui nemici mentre
rusuona il grido “Hutalabì!”. Nella notte a contrappunto quasi in un
montaggio incrociato si svela la passione segreta e “proibita” del
secondogenito Torbeno per la misterosa Bèrbera Ionia, in una scena di
vivida e selvaggia sensualità culminante sull’orlo del precipizio, in
un fatale intreccio di eros e thanatos. Il secondo atto si apre tra
canti agresti e notizie di sconfitta, ma di nuovo come in un
incantesimo accanto a Torbeno appare l’amata, che si svela nemica e lo
incita al tradimento dei suoi; la guerra continua a sorti alterne
finché Gonnario riconosce il figlio tra i nemici e, dopo la vittoria,
lo fa imprigionare tra lo sgomento degli altri. Nel terzo atto, mentre
il popolo celebra la vittoria e si narrano le gesta di Norace, il re
Gonnario – in una scena densa di pathos – denunzia il figlio:  le donne
invocano pietà ma l’esercito ne esige la condanna; e muore per mano di
Orzocco anche Bèrbera. Il dolore di Gonnario, straziato tra affetto di
padre e dovere regale e il lamento, che si fa nenia, della madre
Nibatta lasciano il posto alle pacificanti voci dell’Universo. Nel
finale il vecchio re preannuncia una nuova era, affidando il governo al
vittorioso Norace e risuonano ancora i canti dei pastori e il grido di
guerra degli uomini dei nuraghi.

I-Shardana.Cagliarti
Storia di guerre e di passioni “I
Shardana” ritorna sulle scene a Cagliari più di cinquant’anni dopo il
debutto nel lontano 1960 in una veste intrigante e originale in cui
l’iconografia nuragica e le architetture megalitiche restituiscono la
grandiosità e insieme la giusta distanza da un’epica novecentesca densa
di suggestioni antiche e moderne. Fedele alla partitura, piccolo
gioiello di invenzioni musicali innestate su una salda e felice
struttura “classica”, che si tinge di sfumature “veriste” nel
sottolineare l’infausta passione dei due amanti, la regia di Livermore
evoca quel mondo arcaico e sconosciuto mescolando sapienza teatrale e
nuove tecnologie. L’azione si dipana in una serie di quadri, con un
affollarsi quasi medioevale di figure e simboli nelle scene corali,
dove il popolo si riunisce per acclamare il re guerriero o celebrare
vittorie e martiri, e le donne in primo piano sfoggiano i simboli di
un’impudica quanto sacrale femminilità sottolineata dai costumi di
Marco Nateri. Intime e segreta è invece la dimensione della passione,
dove spiccano le note di colore degli abiti dei due protagonisti,
isolati da tutti; così come le sfumature violacee delle vesti della
madre Nibatta in cui persiste lo strazio per la perdita dei figli, la
ferita immedicabile che attraverso i secoli accomuna donne di ogni
continente, tra le molteplici iconografie della “Pietà” fino alla
celebre scultura di Francesco Ciusa, immagine muta di dolore e
compianto. Imprescindibile modello per i guerrieri sono i bronzetti,
che si tramutano nella nudità androgina delle scene di danza, come
nelle ipostasi guerriere con l’artificiale allungamento delle braccia
che rimanda alle spoporzioni dinamiche delle figurette in bronzo, e
insieme alle radici di un teatro popolare, in un’amplificazione
trasfigurante dalla dimensione umana alla sfera simbolica. Un minuto
“popolo di bronzo” di giovani che paiono giocare alla guerra, e come in
un bassorilievo ripetono una sequenza di figure di amore e lotta, anima
la scena nelle evocative panoramiche di paesaggi nuragici dominati da
solide torri di pietra e le ricostruzioni delle architetture
megalitiche, sotto un cielo dove una luna antica insegna il trascorrere
del tempo e gli astri presiedono al compiersi dei destini. Sulla scena
una sporgenza rocciosa che ruota a svelare cavità, precipizi e pendici
scoscese è forse il simbolo dell’Isola al centro del Mediterraneo, di
una terra sospesa tra cielo e mare, circondata dalle correnti, e come
in un luogo della mente lo sfondo si colma del riflesso delle fiamme,
si tinge del colore del sangue, si anima di scene di battaglia in una
strage tridimensionale di giovani eroi. Le scenografie materiche e
“virtuali” di Giò Forma e Production Design – video design di D-Wok –
rendono possibile l’attualizzazione del mito e il racconto stilizzato
dell’orrore della guerra, e si fondono nel raffinato disegno luci di
Loïc Hamelin, che regala sinfonie di luci e ombre, evidenzia e sottrae,
rende palpitanti e vive le scene, e declina sospensione e mistero.
Una
Danza Nuragica e le varie coreografie inserite in partitura a
corollario o complemento dell’azione, curate dallo stesso Livermore,
insinuano l’idea del movimento e, quasi della circolarità
dell’esistenza, e insieme della vitalità dell’antico popolo guerriero
mentre la figura di Perdu rappresenta, con un vestito scuro (quasi)
senza tempo,  l’elemento di transizione tra passato e presente, come le
tre Doloranti che fanno eco, come in un coro greco, al canto della
madre, testimoni di tutta la vicenda mentre le mani danzano nell’aria a
disegnare i gesti delle varie arti femminili, fino alle tessitrici di
giunco che fanno pendant alla ricucuture delle reti di un’impossibile
incontro tra i genitori e i fantasmi dei giovani defunti, preludio a un
ritorno all’armonia.
Sembra quasi di riconoscere l’eco dell’esotismo e
della vita selvaggia raccontata da Grazia Deledda in alcune sue novelle
– specie nell’ardente e sfrenata passione dei due amanti, che rimanda
anche a una precisa età della storia del cinema – come conscia o
inconsapevole ispirazione di questo avvincente affresco sonoro di
un’Isola che non è (forse) mai stata, decodificata dai simboli di un
passato senza storia (nel senso che non esistono documenti oltre le
testimonianze materiali e le scoperte di una colta archeoastronomia).

La mise en scène di Livermore si concede una digressione, accogliendo
in seno alla partitura una struggente nenia sarda interpretata – quasi
un doppio della maternità dolente e amorevole di Libatta – da una delle
più apprezzate artiste sarde, la cantante Elena Ledda, emblematica e
affascinante “voce dell’Isola”.
Felice la prova del coro (guidato da
Marco Faelli) e dell’orchestra sotto la direzione di Anthony Bramall,
che restituisce tutta la poliedricità e profondità dell’opera, la
riuscita architettura sonora che svela in filigrana echi e citazioni
della tradizione musicale sarda, riuscendo a un tempo a essere
peculiare e universalmente umana della descrizione degli affetti e di
un conflitto ancestrale tra la forza maschile e guerriera e l’energia
generatrice del femminile, incline alla pace e all’armonia.
Pregevole
anche la performance dei cantanti – alle prese con note vertiginose e
citazioni di peculiari modi di canto, e con personaggi, non ultimo
quello della madre Libatta, di grande pregnanza e intensità emotiva.
Compongono il cast Manrico Signorini (Gonnario), Angelo Villari (Torbeno), Gianpiero
Ruggeri (Orzocco), Domenico Balzani (Norace), Paoletta Marrocu (Bèrbera Jonia), Alessandra Palomba (Nibatta),
Gabriele Mangione (Perdu), Nicola Ravarino Guagenti (Un guerriero, Una voce),
Enrico Zara (Un altro guerriero, Un pastore sardo, La vedetta), Vittoria Lai (Prima dolorante),
Francesca Pierpaoli (Seconda dolorante), Caterina D’Angelo (Terza dolorante).

Sul
progetto de “I Shardana”,  Marcella Crivellenti, sovrintendente del
Teatro Lirico di Cagliari sottolinea: «Ci pare opportuno riproporre,
dopo così tanti anni, quest’opera, perché rilegge la storia del popolo
sardo, scava nelle sue radici e nella unicità delle sue tradizioni,
mettendo in musica un’epica misconosciuta. L’obiettivo sposa già l’idea
originaria di Porrino: rileggere e difendere l’identità della Sardegna,
ritradurre musicalmente l’epos di un popolo e le sue tradizioni
antichissime che, per un strano gioco di “immanenza della storia”
riescono a sopravvivere inalterate nel nostro presente. È un altrove
metastorico, quello pensato da Davide Livermore, come sfondo alla messa
in scena, che non trascura nessun elemento, fino alla contemporaneità
affidata al passaggio in scena di Elena Ledda, alter ego temporale
della eroina Nibatta. La scommessa è posta dalla qualità unica di un
allestimento maestoso e modernissimo, tutto realizzato all’interno del
Teatro Lirico, che coniuga filologia e invenzione scenica, tramature
antichissime, spesso affidate alla oralità della trasmissione, a
effetti tridimensionali in mapping digitale».

Rappresentata per la
prima volta al Teatro di San Carlo di Napoli il 21 marzo 1959, per la
direzione dello stesso Porrino, “I Shardana” riscuote da subito grande
successo di pubblico e di critica che, tra l’altro, riconosce al
compositore l’abilità nel fondere la melodia classica con la matrice
musicale sarda. Il 18 marzo 1960 l’opera  viene rappresentata al Teatro
Massimo di Cagliari (interpreti Carlo Cava, Gastone Limarilli, Walter
Monachesi, Luisa Malagrida, Oralia Dominguez; direttore Armando La Rosa
Parodi; regia Marcella Govoni), in occasione della commemorazione del
compositore recentemente scomparso.

Gonnario Manrico Signorini 
Torbeno Angelo Villari 
Orzocco Gianpiero Ruggeri 
Norace Domenico Balzani 
Bèrbera Jonia Paoletta Marrocu 
Nibatta Alessandra Palomba
Perdu Gabriele Mangione
Un guerriero, Una voce Nicola Ravarino Guagenti
Un altro guerriero, Un pastore sardo, La vedetta Enrico Zara
Prima dolorante Vittoria Lai
Seconda dolorante Francesca Pierpaoli
Terza dolorante Caterina D’Angelo

con la partecipazione straordinaria di Elena Ledda
maestro concertatore e direttore Anthony Bramall
Orchestra e Coro del Teatro Lirico
maestro del coro Marco Faelli
regia e coreografia Davide Livermore
scene GIÒ FORMA production design
videodesign D-wok
costumi Marco Nateri
luci Loïc Hamelin

nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico di Cagliari

Anna Brotzu