The turn of the screw a Firenze: un incubo in 3D

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The turn of the screw a Firenze: un incubo in 3D
The turn of the screw a Firenze

Nell’ambito del Maggio Musicale Fiorentino, al Teatro “Goldoni” di Firenze è andata in scena The turn of the screw (“Il giro di vite”), con sei repliche che hanno registrato quasi sempre il tutto esaurito. L’opera, considerata oggi da molti il capolavoro musicale di Benjamin Britten, venne commissionata dalla Biennale di Venezia nel 1954 e lì rappresenta per la prima volta, al Teatro La Fenice, riscuotendo però un moderato successo.

Tratta dall’omonimo racconto di Henry James, la trama è, in apparenza, quella di un racconto di fantasmi: un ricco stravagante incarica una giovane e graziosa istitutrice della cura di due nipotini orfani, tanto belli quanto intellettualmente dotati, che risiedono in una casa di campagna con la servitù capeggiata da una vecchia signora tanto buona quanto ignorante e priva d’immaginazione (Mrs. Grose). All’istitutrice appaiono i fantasmi della ragazza che l’aveva preceduta nell’incarico (Miss Jessel) e del cameriere personale del signore (Quint), entrambi belli e malvagi, legati in vita da una relazione che aveva coinvolto, corrompendoli, anche i bambini, dei quali vogliono adesso impadronirsi.

Tuttavia non è una storia semplice come si potrebbe pensare: palese è l’influenza dei lavori e degli studi di Freud, i quali spingono l’interesse più verso la volontà di esplorare l’inconscio umano, le ossessioni, che creare una ghost story (per altro ottimamente riuscita). E, dato che di fantasmi sono piene le magioni e i castelli inglesi, il centro qui non è più il soprannaturale e la sua possibile esistenza in generale, ma nello specifico, sull’ambiguità dei personaggi, dei loro comportamenti, dei loro passati (detti e non detti) e dei loro stati mentali, che inducono lo spettatore/lettore a non capire fino in fondo dove stia il confine tra pazzia e realtà.

Come asserzione dell’interesse, se non proprio dell’ossessione di Britten nei confronti di una tematica quale la corruzione dell’innocenza, nessun’altra delle sue composizioni possiede un impatto tanto violento e devastante. 

La parte vocale di Quint fu scritta per il “suo” tenore, Peter Pears, compagno artistico e di vita, mentre la parte del bimbo Miles fu scritta per la voce ancora bianca di David Hemmings (il futuro inquietante attore protagonista di Blow up e Profondo rosso) che era anche un buon pianista, come lo è il bambino protagonista del racconto di James, e con il quale misteriosamente interruppe ogni rapporto in seguito alla muta vocale del giovane artista, avvenuta in scena, durante una rappresentazione parigina. 

Se, nel parlare di musica del ‘900, si può incorrere nel rischio di prefigurarsi schemi liberi e assenza di regole, nell’opera di Britten nulla è lasciato al caso: sedici momenti, distribuiti in otto scene dalla durata pressoché omogenea, per ciascuno dei due atti, in cui ogni scena è preceduta da una variazione strumentale sul motivo della «vite» esposto nel prologo, con un tipo di scrittura che rimanda alla scrittura da concerto. E ad accentuare le tematiche narrative è la scrittura musicale, che vede nei vari quadri, da un atto all’altro, continue corrispondenze, con una disposizione speculare evocativa del «doppio».

E tanta è la scaltrezza con cui Britten costruisce, evoca e ricrea l’atmosfera di indicibile malvagità che circonda e finisce poi per sopraffare gli abitanti della villa di Bly, che l’ascoltatore non è mai consapevole di tale rigorosissima architettura musicale.

The turn of the screw a Firenze: un incubo in 3D
The turn of the screw a Firenze

Ovviamente gran parte del risultato di questo lavoro dipende dalle abilità canore nonché attoriali di ogni singolo personaggio: l’interprete di Miles, ruolo agognato da ogni cantante bambino, in questa esecuzione fiorentina era il piccolo Theo Lally, che all’età di soli dieci anni ha rivelato un timbro insolitamente potente, una musicalità eccezionale e una padronanza scenica da attore nato; per il ruolo di Flora, come spesso accade, è stata scelta una cantante più “matura” rispetto all’età reale del personaggio, Rebecca Leggett (diciotto anni), la cui sola colpa era quella di apparire appunto troppo matura per la parte, ma dotata di bellissimo timbro, leggero e glaciale. In ugual modo eccellenti, e timbricamente appropriate ai relativi personaggi sono state le tre cantanti adulte: Anna Gillingham, dal canto incisivo e preciso è stata un’incarnazione pressoché ideale dell’ambigua istitutrice, in grado di comunicare l’isterismo represso in maniera calma, quasi pacata e quindi ancor più terrorizzante, il tutto in pieno controllo di una tessitura frastagliata con assoluta precisione, chiarezza, intonazione irreprensibile; vanto italiano è il mezzosoprano Gabriella Sborgi (Mrs. Grose), che si distingue tra le poche cantanti del nostro Paese specializzate nel repertorio novecentesco e contemporaneo, dando una notevole prova di come un timbro caldo e morbido possa eccellere in opere spesso eseguite da artisti dalla vocalità decisamente meno generosa; Yana Kleyn (Miss Jessel) è una cantante dalla voce molto corposa, con un registro acuto pieno e potente e dalle ombreggiature mezzosopranili nel resto della voce, si è saputa calare intimamente nella parte, aiutata da un costume e un make-up di forte impatto che molto la caratterizzava.

John Daszak, nel doppio ruolo del Prologo e Peter Quint, con un timbro luminoso pressoché ideale per il ruolo, evocativo della sinistra natura del magiordomo, ha cercato di compensare con la pura forza ed autorità vocale e attoriale una certa mancanza di melliflua sensualità, indispensabile in un ruolo viscidamente seducente come quello di Quint.

Jonathan Webb ha offerto una lettura quasi impressionistica dell’opera, uniformando i colori e adagiandosi sui momenti più orecchiabili, più lirici, esaltandoli. Ha condotto con una precisione analitica, riuscendo a evidenziare le preziosità che il compositore riesce mirabilmente a creare con un’orchestra di soli tredici elementi, sostenendo l’idea drammaturgica del lungo e delirante incubo.

La regia di Benedetto Sicca, che si sbilancia sulle annose questione che da sempre, e per volontà di scrittura, caratterizzano quest’opera, suggerendo che Miles non sia in realtà “innocente”, bensì complice di Quint (ed infatti, anziché morire in grembo alla protagonista, si lascia afferrare e portar via dal “fantasma”), sceglie di evitare il consueto realistico interno inglese turbato dalle apparizioni, ma immerge l’intera narrazione in una plumbea atmosfera onirica, così che tutta la rappresentazione diventi un incubo collettivo in cui la presenza malvagia di Quint e Miss Jessel è imminente in ogni scena. In questa versione si fa amplissimo uso della stereoscopia, con immagini elicoidali (affidate a Marco Farace) che si proiettano minacciosamente a più riprese verso il pubblico, dotato dei classici occhialetti a lenti polarizzate, la cui portata emotiva e di sorpresa tendeva però inevitabilmente a diminuire nel corso della serata. Al contrario, rispetto a questo espediente (probabilmente “di tendenza”) la messinscena è costituita da scene molto semplici, quasi elementari (realizzate da Maria Paola Di Francesco) e dai costumi di Marco Piemontese; di enorme importanza il suggestivo, talora appropriatamente inquietante uso delle luci di Marco Giusti.

Sicuramente un allestimento di forte impatto, elegante, avvincente, e meritevole di riprese anche in altre città.

Mirko Bertolini