Trionfo per La Messa da Requiem di Verdi a Reggio di Calabria

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Messa da Requiem di Verdi a Reggio di Calabria
Messa da Requiem di Verdi a Reggio di Calabria

Giuseppe Verdi– Caro Alessandro, se permette, quest’anno il mio Requiem in suo ricordo, lo ascolteremo a Reggio di Calabria.

Alessandro Manzoni- Amico mio, Maestro, il sommo onore che mi fece, si rinnova con ammirazione ogni anno. E sono ben 145 anni che ci ritroviamo in un teatro per questa occasione. Stavolta a Reggio di Calabria, cittadina amena, è vero, ma pur sempre… Non è la Scala di Milano, insomma.

Giuseppe Verdi- Ma non è la prima volta che in questo teatro risuoneranno le note del Requiem, e poi credo varrà la pena di ascoltare. Non mi ha mai detto, in tutto questo tempo, quale parte del tributo alla sua commemorazione preferisce.

Alessandro Manzoni- Maestro, lei è così grande che non ha certo bisogno della mia approvazione. Comunque, una mia preferenza ce l’ho, ma non le sarà rivelata, almeno per ora. Alla fine, vedremo.

Chissà se i due distinti signori, seduti nei posti davanti al mio, sussurravano proprio questo tra loro con la loro aria compunta, nei loro abiti eleganti mentre si spegnevano le luci e come onde entravano uno dopo l’altro i vari elementi dell’orchestra, dal basso verso l’alto a finire con il coro e i suoi circa settanta elementi. Per ultimi il primo violino, i cantanti solisti e il direttore d’orchestra.

Nel perfetto silenzio, il direttore alza la bacchetta, ecco la prima battuta e poi sale lenta la musica: inizia la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi con la direzione di Viliana Valtcheva di origine bulgara, già conosciuta e apprezzata in importanti teatri e festival europei.

È lei che muove le fila di questo imponente muro compatto di orchestrali e cantanti: il palco del Francesco Cilea è saturo di elementi, e tutte queste perfette serie di note scivolano dalle mani del direttore sulla platea, in una direzione composta e appassionata.

L’introduzione del coro con il Requiem è solenne ed emozionante, ma è la seconda sequenza che non smentisce le attese, con il “Dies iræ” che travolge con la sua forza, e che verrà ripreso per altre due volte durante la stessa sequenza, e infine nell’ultima parte nel Libera me. È proprio in questa reiterazione che Verdi rende l’unità drammatica della composizione, in cui al vigore dell’Apocalisse succede via via la speranza della salvezza cedendo a un tono più pacato e solenne.

Nella serata, di particolare impatto è stato il “Lacrymosa”, dove il coro diretto dal Maestro  Bruno Tirotta, per l’occasione arricchito di altri elementi, assieme ai quattro solisti, ha reso il tempo di quest’ansia di salvezza che può giungere solo dal perdono concesso da Gesù, Signore pietoso. Ottime prove hanno offerto tutti i solisti: il mezzosoprano Sofia Janelidze dal timbro robusto e ricco di armonici, specie in questa sequenza dove poi in chiusura, alla melodia principale, si affianca la figura sincopata che intona il soprano, in questa occasione è Liliana Marzano, facendo ricorso così all’idea del pianto e del lamento; il tenore Misha Sheshaberidze dai toni squillanti e sicuri ed il celebre basso Roberto Scandiuzzi,  con la sua voce morbida e ricercata di estrema efficacia e di grande impatto al “Confutatis” reso con la maestria di sempre.

Abbandona ogni reticenza, il tenore Misha Sheshaberidze, affrontando con abilità Ingemisco, regalandoci questa accorata preghiera con tutte le diverse sfumature di toni e varietà di emozioni. Il momento “dell’Offertorium” regala ai solisti l’occasione di unire le loro voci in un inseguirsi quasi operistico denso di emozione eppure controllato, per esplodere poi nel vigore del Sanctus.

 Il mezzosoprano Sofia Janelidze ha saputo interpretare la prova corale, in special modo “dell’Offertorium” e del “Lacrimosa”, armonizzando con le altre voci eppure senza mai confondersi tra loro. Il soprano Liliana Marzano ha reso alla perfezione con tecnica e colore la bellezza dell’ultima sequenza “Libera me”, la parte conclusiva della Messa ma anche la prima ad essere stata scritta da Verdi: di ogni filo viene trovato il capo, ogni tessera sparsa nell’opera trova qui il suo senso e sua collocazione e la voce del soprano sigilla con il coro il senso, anche laico, di questa Messa, nella quale viene a mancare la fiducia del fedele nel perdono divino -la supplica finale del ripetuto “Liberami, Signore” resta in sospeso. L’unica vera certezza è la fine della vita terrena. Un grande omaggio dell’ateo (in quel frangente della sua vita lo era) Verdi a un fervente cattolico Manzoni.

Un applauso sgorga dalla platea alla conclusione di questa Messa da Requiem tesa e appassionante. Un teatro finalmente pieno di giovani e giovanissimi coinvolti dall’amore per questo compositore italiano che ha saputo reinventare una tradizione che ancora oggi appassiona e entusiasma.

E tra gli applausi e fiori e i bravo, i due signori seduti davanti a me scivolano nel corridoio laterale, in un teatro ancora buio, sussurrandosi qualcosa all’orecchio.

E per chi non c’era è un’altra occasione mancata, un vero peccato.

Daniela Scuncia