Turandot. Puccini. Verona

172

Turandot4.Verona.2014

Turandot. Opera in tre atti su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni     
Musica di Giacomo Puccini         

Il maestro Zeffirelli è un artista di cui non ci si stancherebbe mai a guardare le opere realizzate, un pittore e un cesellatore i cui lavori mirano ad una precisione e ad una espressività unica. Uno scenografo sempre attuale e che stupisce sempre come la prima volta. Un artista nel pieno senso del termine, la cui arte scenica e registica è palpabile e fruibile a tutto il pubblico e che riesce a far amare un’opera lirica anche a chi non è un appassionato, perché spesso le sue regie e le sue scenografie sono dei veri capolavori unici. Lo ha dimostrato anche in questa Turandot inimitabile, in cui ha saputo unire il realismo storico ma anche e soprattutto il fantastico della fiaba. Un allestimento di soli quattro anni fa ma che fa rimpiangere un certo tipo di far teatro. I più denigratori potrebbero precisare che non era nuova nemmeno nel 2010 in quanto un mix tra due Turandot di Zeffirelli, quella della Scala del 1983 e quella del Metropolitan del 1988.

Turandot2.Verona.2014

In ogni caso si tratta di un risultato finale del lavoro che il maestro fiorentino, ormai novantenne, ha realizzato in più tempi, sfoggiando il meglio delle sue produzioni. Il regista stupisce con una imponente scenografia che viene svelata man mano che la matassa delle vicende si dipana. Appassiona il pubblico che non lesina applausi anche alla scena, veramente incantevole. Certamente alcune cose possono essere sempre migliorate ed evitate, come la famosa lama del primo atto che viene arrotata con un lungo effetto di scintille a mo’ di fuoco d’artificio. Oppure una migliore gestione delle imponenti masse.

Turandot3.Verona.2014

Certamente siamo all’Arena e qui un po’ di kitsch non stona ed è amato dal pubblico. Certamente Zeffirelli ama una regia visiva più che introspettiva, ma rimane in complesso un grandioso e superbo allestimento. La tavolozza dei colori usati da lui è pari soltanto a quella orchestrale creata dal maestro Puccini; Zeffirelli riesce a realizzare la perfetta unione tra lo spartito e la scena, fatto ormai sempre più raro nel melodramma dei nostri teatri. Zeffirelli si fa portavoce di una tradizione teatrale che purtroppo sta scomparendo, riuscendo però, a differenza di tanti allestimenti contemporanei e “attualizzati”, a realizzare un lavoro di rara e preziosa bellezza e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Al lavoro del maestro Zeffirelli si deve aggiungere anche quello della costumista Emi Wada, con i suoi innumerevoli e splendidi costumi che contribuiscono a rendere unica questa Turandot.

Turandot5.Verona.2014
La scena si apre, nel primo atto, con un grande paravento con draghi che restringe il proscenio, dominato da passerelle, pontili, scalette. Dietro a questa muraglia si intravedono pagode, torri coi tetti sovrapposti: è la città imperiale, la città proibita nascosta alla vista. Il popolo si ammassa, grigio, anonimo, povero davanti a questo muro in attesa di essere spettatore o partecipe di qualche evento. Questo grigiore viene interrotto solo dall’’ingresso di Ping, Pong e Pang i cui costumi sono una sinfonia di colori, verde, rosso e giallo, con un colore dominante per ciascuno e con grandi ventagli colorati. Davanti alla muraglia è la vita del popolo, compaiono ogni categoria di persona in una Cina senza tempo più o meno immaginaria, nell’esotismo pseudo realistico dell’epoca di Puccini: baldacchini con nastri e fiocchi, processioni di giovanissimi piccoli bonzi, soldati con teste mozzate, mercanti, schiavi ecc. Tutti si affollano quando Turandot, eterea, appare lontana su una torretta, incurante della sorte del povero principe di Persia, la cui testa viene appesa su una picca sotto gli occhi di tutti.

Il secondo atto si apre con lo studiolo dei tre dignitari, di Ping, Pong e Pang, ma subito dopo si apre la muraglia ed appare la reggia dell’imperatore, scintillante di oro e argento con riflessi di giada. Una scalinata conduce al trono di Altum, sotto un baldacchino dorato, in una struttura sostenuta da quattro colonne tortili. Il tutto lascia senza fiato. Il pubblico, come stordito, applaude a lungo, apprezzando la scena. Lo spazio è affollato e multicolore, ma tutto tende al bianco e all’oro, cortigiane in rosa con ombrellini, dignitari in beige con ventagli, concubine dalle stoffe luccicanti… Qua si nota l’efficacia del contrasto       tra la città imperiale, tutto bianco oro e colori pastello e il grigio della popolazione, spento e anonimo.
Nel terzo atto ritorna la città del volgo, grigia e spenta, dove Turandot cerca di strappare il nome a Calaf e dove Liù sacrifica al segreto del suo amore la sua stessa vita. Ma ecco che l’amore trionfa e si riapre la città di oro e luce in un trionfo dei due protagonisti.
Il tutto crea un effetto che ha entusiasmato veramente e meritatamente il pubblico. Unico neo, l’impianto di amplificazione da riguardare in alcuni momenti del secondo atto.
La direzione affidata al maestro Daniel Oren è, come sempre, dinamica e travolgente. Il maestro riesce, con una grinta ed un’euforia unica, ad amalgamare le voci e l’Orchestra dell’Arena. La sua direzione è veramente coinvolgente e quasi scenografica, la sua bacchetta non solo convince fino in fondo ma riesce a far risaltare ogni singola nota dello spartito pucciniano, specialmente degli archi. Tempi incalzanti e incisivi, in un perfetto equilibrio sonoro.
Cast nella media, senza eccellenze.
Nel ruolo del titolo Tiziana Caruso, dotata di voce e di volume cospicuo, estesa, robusta e scura, con qualche durezza. Ha dimostrato una buona tecnica, senza eccessi e senza arbitri. Non sempre impeccabile, dovuta piuttosto ad una eccessiva spinta vocale, ha però a suo vantaggio di sapere maneggiare la partitura pucciniana con grande disinvoltura. Senza dubbio alcune scelte registiche non l’hanno favorita in toto.
Bella la voce di Marco Berti, a cui si unisce un timbro squillante e una buona dizione ma il suo Calaf non entusiasma, sembra freddo e senza un vero pathos. Non sempre perfetti gli acuti, a volte gridati, ma il suo Nessun dorma, più che discreto, ha avuto un’ovazione di pubblico a scena aperta con richiesta di bis.
La Liù di Rachele Stanisci non convince pienamente. Il giovane soprano ha voce nitida e morbida, piuttosto esile ma assai proiettata nelle sfumature e nell’esecuzione dei pianissimo, ma non riesce ad entrare completamente in sintonia col personaggio.
Il basso Giorgio Giuseppini è stato un buon Timur, pienamente nel ruolo e dalla voce adatta e autorevole.
Finalmente un Altum senza la voce querula e nasale, Antonello Ceron è pienamente riuscito nel suo ruolo.
Molto bravo il trio dei tre dignitari Ping (Vincenzo Taormina), Pong (Paolo Antognetti) e Pang (Saverio Fiore), che hanno dimostrato, oltre ad una bella voce, una grande disinvoltura scenica. Sempre bravo Gianfranco Montresor, nel breve ruolo del Mandarino.
Molto bravo il coro dell’Arena, preparato dal maestro Armando Tasso, a cui si aggiunge l’altrettanto preparato Coro di Voci bianche A.d’A.MUS, preparato dal maestro Marco Tonini.
Arena quasi piena, pubblico effervescente ed entusiasta, che ha tributato grandi ovazioni al maestro Oren e ai vari protagonisti, anche a scena aperta.

Turandot                               Tiziana Caruso        
Imperatore Altoum              Antonello Ceron     
Timur                                    Giorgio Giuseppini
Calaf                                      Marco Berti 
Liù                                         Rachele Stanisci     
Ping                                       Vincenzo Taormina           
Pong                                      Paolo Antognetti     
Pang                                       Saverio Fiore           
Mandarino                            Gianfranco Montresor       
           
Direttore                               Daniel Oren
Regia e scene                       Franco Zeffirelli     
Maestro del Coro                Armando Tasso       
Maestro delle voci bianche                       Marco Tonini         
Costumi                                Emi Wada    
Lighting designer                Paolo Mazzon         
Coreografia                          Maria Grazia Garofoli       
 

Orchestra, Coro e Corpo di ballo dell’Arena di Verona         
Coro di Voci bianche A.d’A.MUS.         


Mirko Bertolini