Recensione di Turandot al Luglio Musicale Trapanese

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Recensione di Turandot al Luglio Musicale Trapanese
Foto Mario Finotti

Con, l’opera incompiuta di Giacomo Puccini, Turandot si è conclusa la LXVII edizione del Luglio Musicale Trapanese.

Nella splendida cornice dei giardini della Villa Comunale “Regina Margherita” di Trapani, si è concluso idealmente il programma dell’Ente Luglio Musicale Trapanese con una applauditissima edizione di Turandot. Matteo Beltrami, reduce dal successo di Don Checco a Martina Franca, si è dimostrato ancora una volta un direttore ecclettico, preparato e pronto ad ogni uso. Con notevole duttilità è passato, in un lampo e con risultati sorprendenti, dall’opera buffa napoletana al capolavoro incompiuto di Puccini. Come in precedenza per la stessa opera a Novara, disponendo di masse orchestrali e corali volenterose e piene di entusiasmo raccolte per l’occasione, gli è riuscito ottenere un amalgama musicale e un ritmo incalzante e teatrale in pochi giorni di prove, e dunque orchestra, coro – abilmente preparato da Fabio Modica– sono degni, con il Maestro, della maggior lode.

In accordo col direttore artistico del Luglio Musicale Trapanese, Giovanni Battista De Santis, e con il responsabile della direzione artistica, il Maestro Andrea Certa, si è deciso di concludere l’opera con la morte di Liù, eludendo il dubbio amletico del finale da scegliere, se il “classico Alfano” o piuttosto il “moderno Berio”.

Al regista Fabio Bonajuto è spettato il compito di ridisegnare uno spettacolo nato in co-produzione col Teatro Coccia di Novara, ma praticamente irrealizzabile nello spazio aperto del parco trapanese. Quindi, con elementi trovati in loco, ha ridisegnato una regia propria, sostituendola alla cervellotica che si era vista a Novara. Anche i costumi sono stati rivisitati e così pure tutto l’impianto luci, qui risolto con l’ausilio di retroproiezioni suggestive che hanno supplito all’impianto minimalista e praticamente inesistente. Il lavoro sugli elementi del coro e sui solisti è stato meticoloso e ne è risultato un allestimento tradizionale, teatralmente di facile lettura e coinvolgente, molto apprezzato dal pubblico che a goduto dello spettacolo scorrevole e comprensibile. Molto apprezzato anche il sapiente uso del Corpo di Ballo del Luglio Musicale Trapanese per le coreografie di Antonio Aguila.

Foto Mario Finotti
Foto Mario Finotti

Gabielle Mouhlen si è rivelata una Turandot davvero altera, rendendo appieno l’immagine della Principessa che si autodefinisce: “Cosa umana non sono!”. Anche vocalmente è parsa adatta al personaggio: il soprano olandese si è fatta apprezzare per lo squillo e l’ottima modulazione della voce, evitando di cedere al grido con cui molte risolvono il Do acuto che la parte esige.

Il soprano sardo Francesca Sassu ha dato vita ad una Liù delicata, ma determinata ed umana sia nelle frasi d’amore che nel disperato sacrifico. Protagonista assoluta, dell’opera specie se si opta per troncarla con la scena della sua morte. Voce ben proiettata e tecnicamente ferrata, in un ruolo che sente con palpabile partecipazione, facendo emergere tutte le sue innegabili qualità.

Di solido professionismo il Calaf del tenore Dario Prola che proviene dalle fila del coro del Teatro Regio di Torino e che è risultato vincitore in una parte che notoriamente fa tremare i polsi a colleghi più blasonati. È stato costretto a furor di popolo a bissare il “Nessun dorma” riscuotendo un trionfo personale.

Il basso Antonio de Gobbi nel ruolo di Timur, dopo un inizio piuttosto sfocato, ha portato a fine la recita con buoni risultati.

Ottime le tre maschere: il sonoro del baritono Francesco Paolo Vultaggio, Ping, lo squillante Pang del tenore Saverio Pugliese ed il puntuale Pong del tenore Marcello Nardis.

Il tenore Nicola Pisaniello è stato un Imperatore Altoum meno ieratico del solito, ma sempre godibile ed il baritono Giovanni La Commare non ha deluso nel ruolo del Mandarino.

Completavano il cast le ben educate voci bianche “Carpe Diem”, coro diretto da Roberta Caly e tutti sono stati accomunati dal prolungato e convinto applauso del numeroso pubblico insistente nelle continue e numerose chiamate alla ribalta.

Domenico Gatto